FUORI POSTO. STORIE DI PROFUGHI E RIFUGIATI

Nel mondo un anno fa si contavano 122,6 milioni di rifugiati. Chi sono? Chi li accoglie? Come sono costretti a vivere? A Padova due mostre per capire

 

Basata su una ricerca realizzata all’interno di 18 tra i più grandi campi rifugiati esistenti oggi, la mostra “Out of place”, fino al 31 luglio tra Cortile Antico di Palazzo del BO e Cortile Pensile di Palazzo Moroni, presenta le testimonianze – opere e storie – di 264 artisti che risiedono in questi insediamenti o che hanno vissuto una simile esperienza in passato. Insieme alle 284 opere da loro realizzate sul formato 10×12 cm, vengono proposti un video e un’installazione. Cosa ci fanno vedere? Una crisi mondiale, la vita di persone reali confinate in situazioni estreme, quello che succede ogni giorno e non si può tacere; ma senza foto di guerra, solo attraverso l’arte.  L’essenza del progetto sta nella pluralità di storie personali provenienti da cinque continenti, ciascuna affidata alla tela.

Fondazione Imago Mundi con Università di Padova e Assessorato alla Cultura del Comune di Padova presenta, in due sedi espositive – Cortile Antico di Palazzo del Bo e Giardino Pensile di Palazzo Moroni a Padova – la mostra Out of Place. Arte e storie dai campi rifugiati nel mondo.

A fine giugno 2024 si contano 122,6 milioni di rifugiati nel mondo: cento ventidue milioni e mezzo di persone: due volte gli abitanti dell’Italia, più o meno. Chi sono? 6 milioni di palestinesi, 4,3 milioni di ucraini, 1,2 milioni di siriani…secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale per i diritti dei rifugiati (UNHCR). Ma non sono numeri, sono vite, ognuna sradicata dalla propria terra, famiglia, dal lavoro, dallo studio, dalla propria “normalità”. Sono vite che cercano resistere sotto tende di fortuna, tra insetti e malattie, alla mercé del caldo e della pioggia, in attesa. In attesa di qualcosa che non si sa se mai arriverà: la possibilità del ritorno.

Un solo esempio come prova di un approccio che, invece di isolare, tende a integrare i campi nei paesi di accoglienza: nel 2023 il Kenya ha annunciato che i due insediamenti più grandi del Paese – Dadaab e Kakuma – si sarebbero integrati con le comunità locali. Se li guardiamo dall’alto, questi 18 campi profughi sparsi per il mondo, sono dei formicai, degli aggregati di umanità indistinta, troppo lontani da noi per farci provare un sentimento che non sia quello della sorpresa di fronte alla loro vastità.

Dopo Kutupalong, in Bangladesh, la mostra presenta diverse testimonianze dall’Africa con due grandi campi del Kenya – Dadaab e Kakuma – due rappresentativi insediamenti in Uganda – Nakivale e Bidibidi –, il campo di Dzaleka in Malawi, quello di Nyabiheke in Rwanda, e l’insediamento di Smara con gli adiacenti El Aaiun, Awserd, Boujdour, Dakhla, in Algeria. Le tele offrono poi testimonianze dal Medio Oriente, da Za’atari, il più esteso campo per siriani, e da altri cinque campi per palestinesi: Baq’a, Hittin, Irbid, Madaba e Souf, tutti in Giordania.

A questa cartografia si aggiungono artisti che hanno vissuto, dagli anni Ottanta ad oggi, situazioni analoghe in altre aree geografiche, inclusi artisti curdi e yazidi che raccontano la complicata storia del loro popolo, e 40 artisti afghani che, all’indomani della ripresa di potere da parte dei talebani nell’agosto 2021, hanno lasciato il Paese oppure sono rimasti in patria.                                                                                            Completano la mostra le analisi delle migrazioni che giungono in Europa dall’Ucraina e tramite le rotte del Mediterraneo, e una selezione che racconta i corridoi di migrazione in America del Sud e Centrale, con un focus sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti.

Come si fa a vivere così? Come si fa a farsi vedere? «L’arte, con il suo linguaggio universale che supera frontiere e culture può contribuire a farlo» secondo i curatori della Fondazione Imago Mundi, Claudio Scorretti, Irina Ungureanu e Aman Mojadidi: «L’obiettivo è offrire loro uno spazio di espressione, artistica e narrativa, e presentarli in primo luogo come artisti, considerando l’attuale o passato status di rifugiati come accidentale nella loro biografia. Le opere raccontano di frontiere attraversate, di identità in movimento, e ci invitano a considerare il confine non come una barriera ma come uno spazio vivo, da abitare criticamente».

Utile? Inutile? Un’operazione di marketing?

Forse un modo per riuscire a non far abbassare lo sguardo davanti all’abbrutimento, a non voltarsi dall’altra parte e restare immuni: un modo per aprire gli occhi, finalmente, davanti all’immensità di una folla umana senza colpe, intrappolata in confini di filo spinato senza motivo.

La mostra ha ottenuto il patrocinio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Cortile Antico di Palazzo del Bo, Padova 9 giugno – 31 luglio 2025. Tutti i giorni con ingresso gratuito dalle ore 10 alle ore 23.

Inoltre, segnaliamo un’altra mostra che solleva il velo sul fenomeno dell’immigrazione: “Finestre sull’altrove”, fino al 3 agosto, all’Orto Botanico, in collaborazione con Amnesty International Italia.                                                                                                                                                                Sessanta vedute; sessanta storie; sessanta persone rifugiate che, insieme all’architetto e disegnatore Matteo Pericoli, hanno trasformato una finestra in una narrazione visiva e personale. Finestre sull’altrove è un progetto ideato da Bill Shipsey, fondatore di Art for Human Rights, e Matteo Pericoli, realizzato tra il 2018 e il 2021 a sostegno di Amnesty International.

Il percorso espositivo raccoglie sessanta disegni originali realizzati da Pericoli, ognuno accompagnato dal racconto di chi ha affrontato lo sradicamento, la perdita, ma anche la rinascita in una nuova terra. L’idea di portare questa esperienza all’Orto botanico di Padova nasce da un’intuizione di Martina Bastianello, che ha colto un dialogo profondo tra il progetto e il patrimonio vegetale dell’Orto botanico. Proprio come gli alberi evocati con struggente affetto nei racconti dei rifugiati, le finestre della mostra si affacciano su memorie, identità e speranze. In molti scrivono degli alberi della loro infanzia e dei nuovi alberi osservati oggi: un filo verde e vivo che unisce passato e presente.

Biglietto di ingresso compreso in quello all’Orto Botanico. Info: https://ortobotanico1545.it/eventi/finestre-sullaltrove/

Angela Bigi