Il diritto di voto rappresenta un cambiamento epocale che sancisce il riconoscimento della donna quale soggetto politico
Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta. Quel giorno la maggioranza degli elettori furono loro dei 28 milioni aventi diritto andarono a votare in 24.946.878 (89,08%) e di questi circa 13 milioni donne, quasi un milione in più degli uomini. Si votò il referendum per scegliere tra Monarchia e Repubblica e si elessero i membri dell’Assemblea Costituente organo incaricato di scrivere la nuova Carta costituzionale che entrerà in vigore il primo gennaio del 1948.
Che 80 anni fa non bastasse il diritto di voto per sancire l’entrata in politica delle italiane fu subito chiaro: su 556 eletti all’Assemblea le “madri costituenti” furono 21, meno del 4%, su 226 candidate e solo 5 intervennero materialmente nella costruzione della Costituzione. Il loro apporto fu però fondamentale per l’introduzione dei principi di cura, di parità e difesa dei diritti dei cittadini.
Il diritto di voto alle donne viene sancito l’1 febbraio 1945, ma ancora non ne viene consentita l’eleggibilità che arriverà nel marzo 1946 in occasione delle prime elezioni amministrative postbelliche e vennero elette le prime sei sindache.
Questo diritto non arriva dall’alto, dai partiti politici: non è una concessione, ma esito di una battaglia lunga decenni anche se la spallata decisiva è frutto della guerra. La richiesta di poter votare ha accompagnato per molti anni la vita politica delle italiane tra vicende alterne, ma la risposta è arrivata solo quando nessuno più poteva nascondere dietro pregiudizi questo diritto fondamentale.
Durante l’occupazione nazista le italiane hanno dato vita a una resistenza senza armi, una resistenza civile che ha contribuito in maniera determinante alla liberazione e questo agire lo troviamo alla base del patto fondativo della Repubblica. Ottenuto il diritto di voto si attiva un forte impegno dell’associazionismo femminile e le attiviste dell’Unione Donne Italiane e del Centro Italiano Femminile, le associazioni femminili di massa nate dai Gruppi di difesa della donna durante la Resistenza, vanno nelle case a spiegare come si vota e perché occorre farlo con l’obiettivo di formare le cittadine elettrici.
Il diritto di voto rappresenta un cambiamento epocale che sancisce il riconoscimento della donna quale soggetto politico: «Si parla del voto alla donna con sempre maggiore insistenza e naturalmente riscappa fuori il discorso della sua immaturità politica, tanto più grave – si dice – in regime di suffragio universale. A fare queste obiezioni non sono tanto gli uomini dell’Italia liberale che morì con il fascismo e che, comunque, avevano partecipato alla lotta politica, si erano fatte le ossa in un regime parlamentare, ma gli altri, quelli che uomini divennero durante la dittatura e che della democrazia ignorano tutto e non sanno nemmeno muoversi in un clima di libertà» commentava la giornalista Anna Garofalo, conduttrice radiofonica della trasmissione Parole di una donna, in onda dal settembre 1944 agli inizi degli anni Cinquanta, trasmissione che riconosce e racconta il desiderio di partecipazione delle donne. La Garofalo, infatti, raccontando l’appuntamento del 2 giugno, scrive: «Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornati alle code per l’acqua e per i generi razionati. Abbiamo tutte nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto al nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore». Era una conquista vera e nessuna voleva perdere la possibilità di esercitarla. Una passione che, purtroppo, va scemando di voto in voto.
Donatella Gasperi
