L’opposizione alle politiche climatiche non è solo economica: tocca l’identità e una vecchia idea di mascolinità fondata sulla dominazione
La “manosfera” — le comunità online che promuovono idee misogine su cosa significhi essere un uomo — ne è la versione più visibile, ma gli stessi valori di controllo, aggressività e disprezzo per la cura agiscono anche su come le società affrontano energia, clima e natura.
Qui è utile il concetto di petromascolinità, introdotto da Cara Daggett (2018): la relazione tra genere, dominazione, uso dei combustibili fossili e potere politico.
I combustibili fossili non sono solo una risorsa economica, ma simboli culturali di controllo e dominio industriale. Così la protezione dell’ambiente diventa una minaccia non solo al sistema economico ma all’identità stessa: regolamentazione, transizione energetica e limiti all’estrattivismo vengono letti come un attacco a una visione del mondo basata sul controllo della natura e sulle gerarchie tra le persone. Per questo l’opposizione è così emotiva e persistente: difende status, appartenenza e un ordine sociale familiare.
Genere e potere contano. Una ricerca su 91 paesi mostra che una maggiore presenza di donne nei parlamenti si accompagna a politiche climatiche più ambiziose: la governance dell’energia non è neutra rispetto al genere. Dove dominano figure maschili allineate alle industrie estrattive si rafforza invece la dipendenza dai combustibili fossili. Non si tratta di dire che gli uomini distruggono e le donne proteggono, ma che le istituzioni estrattiviste premiano i valori che la petromascolinità celebra: controllo, competizione, gerarchia, espansione senza fine.
L’esempio più lampante è il “dominio energetico” di Trump. “Make America Great Again” richiama la nostalgia di un ordine basato sull’autorità del maschio bianco e su un’economia fossile. Le politiche ambientali vengono presentate come attacchi alla mascolinità e alla nazione; la deregolamentazione come liberazione, la protezione dell’ambiente come debolezza. Durante il primo mandato sono state smantellate oltre 100 norme ambientali. Il legame con l’industria fossile — che ha donato almeno 75 milioni di dollari alla campagna 2024 — mostra come la petromascolinità operi non solo come identità ma come sistema politico-economico.
Esiste anche una versione quotidiana: il rolling coal, modificare i pick-up diesel per emettere fumi, spesso contro ciclisti, pedoni o auto elettriche. L’inquinamento diventa gesto di disprezzo e performance di mascolinità aggressiva. Come dice Daggett, il cambiamento climatico viene vissuto come “crepa nella diga” dell’ordine patriarcale, da difendere.
Affrontare questa resistenza richiede di smantellare non solo il sistema dei combustibili fossili ma le strutture patriarcali che lo sostengono, e di ridefinire la forza — non come dominio, ma come cura, responsabilità, interdipendenza. Una prospettiva ecofemminista offre il framework: crisi climatica e oppressione dei gruppi marginalizzati sono connesse e non si risolvono separatamente. In Europa significherebbe energia come bene pubblico, sistemi democratizzati e comunitari, priorità al benessere anziché alla crescita. Non una versione green delle politiche di potere fossili, ma politiche di cura, riparazione e solidarietà. La crisi climatica è anche una crisi di potere, identità e immaginazione: un futuro vivibile non si costruisce sul predominio, ma rifiutando le politiche che hanno dipinto la distruzione come forza.
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Jacopo Targa, Redazione Ecopolis
