I danni della moda

Il 73% di tutta la produzione tessile globale finisce in discarica o negli inceneritori. A livello europeo, la produzione tessile è 675 milioni di tonnellate all’anno e, di queste, l’81% riguarda l’abbigliamento.

 

In Unione Europea si consuma come se avessimo a disposizione non uno ma tre pianeti Terra, eppure solo di recente le iniziative europee legate alla sostenibilità hanno cominciato a toccare il settore tessile, che è il quarto per impatto sull’ambiente dopo gli alimentari, gli alloggi e la mobilità. Poco più di un anno fa la Commissione Europea ha adottato una nuova strategia in materia di prodotti tessili sostenibili, ma la Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (Environment Committee) del Parlamento Europeo ha espresso “preoccupazione per il fatto che le misure individuate nella strategia dell’UE potrebbero non essere sufficienti per conseguire l’obiettivo del 2030”. È quanto si legge nella relazione d’iniziativa approvata lo scorso 28 aprile e che dovrebbe essere sottoposta al voto in assemblea plenaria a Strasburgo prima dell’estate.

La relazione invita la Commissione e gli Stati membri ad adottare misure per porre fine alla “moda rapida” (fast fashion): decarbonizzare la produzione, favorire la raccolta, il riuso e la circolarità fin dalla progettazione. Tra le raccomandazioni, anche l’invito a una maggiore trasparenza e tracciabilità della produzione, a un divieto immediato di distruzione dei prodotti tessili invenduti o restituiti, all’adozione di misure attive di tutela delle lavoratrici e dei lavoratori del settore e di prevenzione dell’inquinamento da microplastiche.

Anche se la strada verso un aumento dell’impegno per la sostenibilità del settore tessile sembra tracciata, è ancora necessario mantenere viva l’attenzione perché la strategia approvata trovi concreta ed efficace applicazione. Ed ecco che, quindi, rimane attuale l’appello di META ai membri del Parlamento Europeo.

  1. Escludere dal mercato i prodotti peggiori: attraverso il regolamento sulla progettazione ecocompatibile (Ecodesign for Sustainable Products Regulation – ESPR) è possibile rendere le buone pratiche di sostenibilità, come l’etichetta Ecolabel, la nuova norma.
  2. Che senso ha avere prodotti durevoli in fibre riciclate se sono destinati a una lunga vita in una discarica? È necessario avere un controllo non solo sulla qualità ma anche sulla quantità della produzione.
  3. L’85% delle aziende nel settore tessile non rilascia dichiarazioni chiare sulla quantità di prodotto rimasta invenduta. Il divieto di distruzione dei prodotti resi o invenduti dovrebbe accompagnarsi a sanzioni efficaci e significative.
  4. Lo smaltimento dei tessuti ormai inutilizzabili è un vero e proprio “colonialismo dei rifiuti” dall’Europa verso l’Africa e l’Asia. Le direttive europee dovrebbero assicurarsi che i proventi degli schemi di responsabilità estesa del produttore (ERP – Extended Producer Responsibility) possano servire a sostenere le comunità che si fanno carico dello smaltimento e a riformare la filiera produttiva.
  5. L’idea del passaporto digitale di prodotto dovrebbe essere abbastanza ambiziosa da permettere di gestire non solo un corretto smaltimento, ma anche tutte le informazioni relative alla sicurezza e alla sostenibilità del prodotto.
  6. Molte piattaforme di vendita on-line sono sufficientemente grandi e potenti da eludere almeno una parte delle regole e dei controlli: è necessario eliminare ogni scappatoia e fare in modo che chiunque venda prodotti tessili in Europa rispetti strettamente le regole imposte.
  7. Lo scorso 22 marzo è stata pubblicata la proposta di nuove norme europee contro il greenwashing e le dichiarazioni di sostenibilità fuorvianti o ingannevoli, ma non si possono lasciare le aziende libere di decidere che tipo di prove fornire a supporto dei propri slogan.

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Annalisa Scarpa, Redazione Ecopolis