I risultati ottenuti dall’assemblea internazionale sull’ambiente non hanno portato tutti i risultati sperati
A Nairobi, in Kenya, dal 26 febbraio al 1 marzo è stata ospitata UNEA-6, una delle più importanti assemblee sulla questione ambientale con l’obiettivo di negoziare azioni efficaci per combattere il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e l’inquinamento, presenti associazioni, scienziati, e rappresentanti aziendali da tutto il mondo. Quello che doveva essere un promettente punto di svolta si è rivelato una delusione, e molte risoluzioni sono state bloccate o attenuate in modo preoccupante.
Le risoluzioni prese sono state quindici, le decisioni due, ed è stata fatta solo una Dichiarazione Ministeriale. Il fallimento dell’UNEA è palese in tempi in cui è necessaria un’azione immediata.
Una delle questioni più discusse è stata quella delle materie prime, in particolare metalli e minerali, per i quali è stata sottolineata l’importanza di un processo di estrazione più responsabile ed un consumo più sostenibile ed accorto. Lo sviluppo delle tecnologie necessarie per la transizione ecologica necessita una quantità di litio, cobalto, rame, ed altri materiali che metterebbe a rischio la sostenibilità di questo sviluppo. Questa necessità è stata evidenziata nella proposta di risoluzione della Svizzera, con l’obiettivo di creare Gruppi di Lavoro Aperti e raccogliere suggerimenti su come far sì che tutto ciò resti in linea con le nuove leggi sull’ambiente. Dopo diverse proteste, la risoluzione che è stata infine adottata esclude l’obbligo della creazione dei gruppi di lavoro, e include solo un deposito online sull’impatto ambientale delle estrazioni. La questione dei diritti delle popolazioni indigene sui loro territori è stata quasi del tutto cancellata, lasciando la fondamentale problematica del diritto ad un ambiente sano in cui vivere e del diritto di esprimere il proprio consenso delle popolazioni indigene in questione.
Un’altra importante questione che è stata portata all’assemblea è quella dell’esposizione dei bambini ad una certa quantità di pericolose sostanze chimiche, molte delle quali con effetti permanenti sulla loro salute (come i PFAS), pericolose per le ghiandole endocrine, reprotossiche, neurotossiche e carcinogene. Tali sostanze includono pesticidi che uccidono gli insetti impollinatori e la diffusione delle microplastiche nel pianeta. In particolare, il sud del mondo è dove più persone subiscono gli effetti di queste sostanze inquinanti, non avendo gli strumenti o i fondi per una transizione ecologica dell’agricoltura. Adottare una risoluzione su questo campo, ancora poco regolato, sarebbe stato un momento storico. La risoluzione portata avanti per creare un programma di cooperazione per migliorare la qualità dell’aria ha ancora delle falle. Non ci sono stati progressi nel portare avanti la condivisione delle informazioni sui materiali e prodotti utilizzati in tutto il loro ciclo di utilizzo. Viene chiesta più trasparenza, mentre l’affidabilità di molti comitati scientifici è messa in dubbio di fronte all’influenza dell’industria chimica su di loro.
In questi ultimi anni i crescenti conflitti bellici nel mondo sono diventati un’altra questione preoccupante non solo da un punto di vista umanitario, ma anche ambientale a causa della distruzione di territori coltivati, importanti aree verdi e biodiversità. Sebbene l’Ucraina sia riuscita a trovare supporto per la riqualificazione di alcune aree, non è mancata l’opposizione. Il costo ambientale dei conflitti non è sembrato essere preso molto in considerazione, perso nelle negoziazioni, e anche se delle risoluzioni sono state prese resta ancora da vedere come verranno trasformate in azioni.
Anche la validità delle Nature-based solutions, ultimamente molto discusse, è stata messa in dubbio. Cosa possa essere definita una Nature-based solution non è sempre così chiaro, e i gruppi delle popolazioni indigene hanno mostrato delle preoccupazioni su come si possa far escludere dei progetti che non risultano adeguati o come si possa evitare che il termine venga abusato per far approvare qualsiasi progetto che abbia a che fare con le piantagioni. Queste soluzioni andrebbero monitorate molto attentamente e necessitano dei criteri più stretti, o rischiano di fare più danni di quelli che risolvono. Alla fine la risoluzione è stata ritirata per mancanza di un accordo.
Le modifiche alla radiazione solare sono una serie di pratiche tecnologiche che andrebbero a modificare la quantità di luce solare che raggiunge l’atmosfera terrestre. Si tratterebbe di aggiunte di particelle di sale alle nuvole, o di diffusione di alcuni tipi di sostanze chimiche nell’aria per far riflettere i raggi solari. Queste pratiche, se utilizzate, sarebbe altamente rischiose. Dovrebbero essere continuate per centinaia di anni, e la loro interruzione creerebbe uno shock termico che danneggerebbe l’ecosistema. Sono per questo state dichiarate incompatibili con i diritti umani dalla Commissione Consultiva al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. I rischi sono stati evidenziati sin dal 2008, quando si parlava di fertilizzazione del mare. Il pericolo di alluvioni, siccità e danni alla biodiversità sono troppo alti.
Ciò che ci si aspettava dall’UNEA-6 era una serie di normative e risoluzioni importanti e di grande impatto sulle politiche ambientali globali. Invece, l’entusiasmo che era anteceduto si è spento nel vedere la morte di moltissime proposte di risoluzione e la mitigazione del linguaggio usato. Più che vedere azioni che mirano a dei risultati di grande portata, abbiamo assistito a piccole manovre di riduzione dei danni e di prevenzione dei rischi. Non tutto è però stato inutile: il Programma Ambientale delle Nazioni Unite è comunque stato ottenuto, e ci sono ancora speranze di strappare risultati più soddisfacenti nel prossimo futuro.
Per saperne di più, leggere l’articolo completo su META
Sofia Brendolin, redazione Ecopolis
