A sostegno delle ragioni del NO al referendum sulla giustizia un intervento di Marco Ferrero, avvocato impegnato da sempre nella difesa dei più deboli
Da avvocato formatosi negli anni in cui la riforma Vassalli del codice di procedura penale aveva appena visto la luce, confesso di non essere mai stato ostile, in linea di principio, all’idea di completare l’architettura del processo accusatorio. Quel modello, come è noto, presuppone la piena “parità delle armi” tra accusa e difesa e la terzietà del giudice, che non deve essere percepito come appartenente allo stesso corpo professionale del pubblico ministero.
Sotto questo profilo, l’argomento teorico di chi propone la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante non è privo di una sua coerenza sistematica. In astratto, si potrebbe persino sostenere che la riforma rappresenti il naturale completamento di quel percorso iniziato alla fine degli anni Ottanta con l’introduzione del modello accusatorio nel nostro ordinamento.
Il problema, tuttavia, è che il diritto non vive nel vuoto. Le istituzioni giuridiche non possono essere pensate come dispositivi tecnici isolati dal contesto storico, sociale ed economico nel quale operano. Ed è proprio qui che la discussione sulla riforma della giustizia mostra tutta la sua debolezza.
L’Italia di oggi, infatti, è ben lontana dall’aver risolto alcune delle patologie strutturali che da decenni segnano la nostra vita pubblica. La criminalità organizzata continua a dimostrare una straordinaria capacità di infiltrarsi nei gangli dell’economia legale e della politica. La corruzione resta un fenomeno diffuso, mentre il conflitto di interessi è tutt’altro che superato. In un contesto simile, il tema dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura non è una questione corporativa: è una garanzia democratica fondamentale.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento che rende difficile guardare con serenità alla riforma proposta. I suoi stessi promotori ne rivendicano apertamente la natura politica. Non si tratta, dunque, di un intervento finalizzato a migliorare il funzionamento del sistema giudiziario. E in effetti, se davvero si volesse rendere la giustizia più efficiente, le priorità sarebbero altre: più personale amministrativo, più magistrati, più investimenti nelle infrastrutture e nella digitalizzazione degli uffici giudiziari. In una parola, più risorse per ridurre i tempi dei processi, che restano il vero grande problema del nostro sistema.
La riforma invece imbocca tutt’altra strada. Si propone di intervenire principalmente sull’assetto del governo autonomo della magistratura, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il peso delle correnti. È un problema reale, su cui la magistratura stessa ha avviato negli ultimi anni una profonda riflessione. Non a caso il Consiglio superiore della magistratura ha già introdotto una griglia molto più stringente di criteri oggettivi per le nomine agli incarichi direttivi e semidirettivi, riducendo significativamente gli spazi di discrezionalità che in passato avevano alimentato dinamiche correntizie.
Di fronte a questo percorso di autoriforma, la risposta proposta appare francamente singolare: l’introduzione del sorteggio per la composizione degli organi di governo della magistratura. Una soluzione inedita, che difficilmente può essere considerata un avanzamento della qualità istituzionale del sistema. Il sorteggio, più che rafforzare la responsabilità e la trasparenza, rischia di indebolire la legittimazione degli organi chiamati a prendere decisioni delicate per l’organizzazione della giustizia.
Ma l’aspetto più problematico riguarda il nuovo assetto dell’organo disciplinare, nel quale verrebbe ampliato il peso della componente di nomina politica. Ed è proprio questo il punto su cui sarebbe opportuno fermarsi a riflettere.
Viviamo in un Paese attraversato da profonde diseguaglianze sociali, con un ascensore sociale ormai quasi fermo e salari tra i più bassi d’Europa. Negli ultimi anni i diritti sociali sono stati progressivamente compressi da politiche di riduzione della spesa pubblica e di ridimensionamento del welfare. In questo scenario, il ruolo della magistratura come presidio di tutela dei diritti individuali e collettivi diventa ancora più rilevante.
Non si tratta di mitizzare la magistratura, che come ogni istituzione umana è fatta di luci e ombre. Ma proprio per questo motivo l’indipendenza del potere giudiziario deve essere difesa con particolare attenzione, evitando interventi che possano aumentare il peso della politica nei meccanismi di controllo e disciplina dei magistrati.
Per queste ragioni, pur comprendendo alcune delle motivazioni teoriche che animano il dibattito sulla separazione delle carriere, ritengo che questa riforma non rappresenti una risposta adeguata ai problemi della giustizia italiana. Al contrario, rischia di indebolire uno degli equilibri fondamentali dello Stato di diritto proprio nel momento storico in cui avremmo bisogno di rafforzarlo.
Il mio voto al referendum sarà dunque un voto contrario. Non per conservatorismo istituzionale, ma perché le riforme della giustizia dovrebbero nascere dall’esigenza di migliorare concretamente il servizio reso ai cittadini, non da una stagione di regolamento di conti politico con la magistratura. In gioco non c’è l’interesse di una categoria, ma la qualità della nostra democrazia.
Avvocato Marco Ferrero
