Superare la povertà con un welfare generativo

Rapporto 2014 Fondazione ZancanNegli ultimi anni la povertà in Italia è sensibilmente aumentata. Nel 2013 l’Istat stimava oltre 10 milioni di persone «relativamente povere»: un italiano su sei (16,6%) e una famiglia su otto (12,6%). Nello stesso anno si contavano oltre 6 milioni di poveri «assoluti» (contro i 4,8 milioni dell’anno precedente): un italiano su dieci (9,9%) e una famiglia su tredici (7,9%). È in aumento anche la disuguaglianza, con il risultato che – secondo la Banca d’Italia – nel 2012 il 10% delle famiglie italiane più ricche possedeva il 46,6% della ricchezza netta familiare totale.

A fronte di questo scenario, le politiche sociali nel nostro Paese si rivelano poco efficaci nel contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Gran parte della spesa per assistenza nel nostro Paese (circa 50 miliardi all’anno) consiste in trasferimenti monetari che in Italia riducono di poco il rischio di povertà (molto meno che in altri paesi europei), anche perché mancano servizi mirati alla lotta alla povertà.

Negli ultimi 30 anni i sistemi di welfare si sono limitati ad amministrare “giuridicamente” le risorse a disposizione, con poche innovazioni. Si è puntato a raccogliere e redistribuire i proventi della solidarietà fiscale, senza investire sul loro rendimento. I sistemi assistenziali sono stati gestiti a costo e non come investimento. Hanno contribuito a questo effetto indesiderato le forme di protezione a “riscossione individuale”. Non chiedono e non incentivano solidarietà e responsabilizzazione sociale. È giusto riscuotere diritti individuali a cui non corrispondono doveri di solidarietà?

Invece i “diritti sociali” sono diritti a corrispettivo sociale. Quello che ricevo è per aiutarmi e per mettermi in condizione di aiutare. È una condizione necessaria perché ogni persona possa rivendicare il diritto alla libertà dall’assistenzialismo, dall’aiuto che non riconosce dignità e capacità. Quando la Costituzione guarda al “prendersi cura dei più deboli e fragili”, lo fa in termini di promozione, di attivazione di ogni cittadino, di effettiva integrazione sociale, chiedendo a tutti – anche agli aiutati – di assumere le proprie responsabilità e di valorizzare le proprie capacità a beneficio di sé e della comunità, perché il welfare non diventi il contrario di sé stesso: costo senza investimento per il bene comune.

Un welfare generativo può favorire il passaggio dai diritti soltanto individuali ai diritti sociali. Da dove partire? Dal lavoro a rendimento sociale, cioè finalizzato a produrre capitale sociale. Gli esempi di buone prassi non mancano: il lavoro socialmente utile di persone anziane autosufficienti, il servizio civile, le molteplici forme di lavoro per aumentare il capitale sociale. Si tratta di elevarle a sistema. Possono farlo tutti, non solo i volontari, ma anche tutti gli aiutati, trasformando gli ammortizzatori sociali, i sussidi, … in altrettanti lavori a rendimento sociale. Gli aiuti si trasformebbero così in valore economico e relazionale, apportando i propri utili a totale dividendo per la comunità, generando ulteriore aiuto grazie al valore prodotto e messo a disposizione.

Il nuovo welfare non si limita a raccogliere e a redistribuire, ma diventa promotore di capacità, attraverso l’incontro con la persona, promuovendo corresponsabilità tra prossimi, e, in una prospettiva più ampia, rigenerando le risorse, senza consumarle, anzi incrementandole, grazie alla responsabilizzazione resa possibile da un nuovo modo di intendere i diritti e doveri sociali. La sfida comincia da qui.

Tiziano Vecchiato, Direttore della Fondazione Emanuela Zancan Onlus – Centro Studi e Ricerca Sociale

2 thoughts on “Superare la povertà con un welfare generativo

  1. Articolo molto interessante.
    Mi/vi chiedo se il reddito minimo di cittadinanza, di cui spesso si parla e del quale il Parlamento dovrà discutere (proposta M5S) non sia in contraddizione con “nuovo welfare non si limita a raccogliere e a redistribuire, ma diventa promotore di capacità, attraverso l’incontro con la persona”.
    Come sta funzionando in altri Paesi? quali i possibili correttivi (ammesso che ve ne siano)?
    Non conosco la materia ma il solo nome “reddito” mi fa intuire che sia una proposta redistributiva. Quanto i destinatari saranno indotti a metterci del proprio, valorizzando le proprie capacità?

  2. dalla disoccupazione nasce la povertà? non solo.
    in Germania (e molti altri paesi del nord Europa) ritengono non solo coloro che sono stati licenziati hanno diritto ad avere dallo Stato l’affitto dell’alloggio e un sussidio illimitato, ma tutte le persone maggiorenni disoccupate, indipendentemente dal fatto che abbiamo o meno mai lavorato. Il sussidio termina, in mancanza di un’occupazione, con la pensione.
    L’esistenza di quello che di fatto è un reddito di cittadinanza in Europa (ricordo la Francia, Germania, Gran Bretagna e non solo le super citate Danimarca e Svezia…) spiega molte cose: ad esempio spiega/consente la flessibilità europea (peraltro di gran lunga minore che in Italia prejobs act, adesso vedremo), spiega l’assenza di lavoro nero, spiega l’assenza delle massicce raccomandazioni, spiega anche il fatto che le persone competenti occupino in genere il posto che compete loro. Insomma reddito di cittadinanza significa poter disporre di un proprio “Progetto di vita”.

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