Un incontro pubblico per analizzare la promessa dei nuovi reattori nucleari, tra costi reali, impatti ambientali e alternative più sostenibili
In uno scenario internazionale ripiombato nel caos a causa dell’aggressione militare all’iran da parte di Stati Uniti e Israele, che rischia di generare l’ennesima crisi energetica, si ritorna a parlare di eccessiva dipendenza dalle fonti fossili da parte del nostro paese, così come dell’intera Unione Europea. Non bastasse la necessità di decarbonizzare il mix energetico nazionale e continentale a causa della crisi climatica, conflitti come quello in corso in Medio Oriente ci ricordano l’urgenza di una transizione energetica che consentirebbe non solo di rendere più sostenibile il nostro impatto sul pianeta ma di renderci anche più indipendenti e forti nello scacchiere internazionale.
A meglio inquadrare il contesto a cui facciamo riferimento, ci aiuta un recente articolo pubblicato sulla rivista di settore QualeEnergia: l’Unione europea importa circa il 90% del petrolio e del gas che consuma, perché la produzione interna è relativamente limitata rispetto alla domanda del continente e petrolio e gas rappresentano ancora circa il 60% dell’energia primaria disponibile nell’Ue, nonostante la crescita delle fonti rinnovabili. Per il gas fossile, circa il 37% delle importazioni europee proviene da democrazie consolidate, principalmente Norvegia e Regno Unito, mentre un ulteriore 27% arriva da democrazie imperfette, tra cui gli Stati Uniti. Il quadro cambia radicalmente se si guarda al petrolio. Solo circa il 21% delle importazioni petrolifere europee proviene da democrazie consolidate, mentre quasi la metà arriva da regimi autoritari, tra cui Kazakhstan, Arabia Saudita, Libia, Iraq e Russia.
Da qualche anno però, quando si parla di decarbonizzazione della produzione di energia elettrica, oltre alle moderne tecnologie attraverso fonti rinnovabili come impianti eolici, geotermici o fotovoltaici, si è tornati a parlare dell’utilizzo dell’energia nucleare, considerata come una tecnologia carbon-free, anche attraverso la proposta di reattori modulari nucleari di nuova generazione, modulari e di potenza non superiore a circa 300 MW elettrici, detti Small Modular Reactor (per brevità, SMR).Questa prospettiva è stata rilanciata recentemente anche dalla tassonomia europea, entrata in vigore nel 2023, dove il nucleare di nuova concezione è stato inserito nella lista delle attività che l’UE potrà finanziare direttamente per la sostenibilità ambientale e allo scopo di raggiungere l’ambizioso obiettivo della neutralità climatica (cioè 0 emissioni nette di CO2 in atmosfera) entro il 2050. Il Governo italiano da anni si sta muovendo in questa direzione, non tanto con investimenti pubblici nel settore, quanto con la creazione di un quadro normativo che consenta il ritorno dell’atomo nel mix energetico italiano ,in aggiunta ad una narrativa che, consapevolmente o meno, confonde un po’ le acque tra fissione e fusione, IV generazione e SMR.
Martedì 24 marzo alle 20:45 in Sala Auser Savonarola (Via Varese 4), ci aiuteranno a fare un po’ di chiarezza su tutti questi temi, Arturo Lorenzoni, Professore di Economia dell’Energia (Unipd) e Roberto Paccagnella, già Ricercatore CNR e collaboratore del MIR di Padova. Con l’occasione verrà presentata la pubblicazione del MIR Padova “Small Modular Reactor: realtà o fantasia’”.
L’evento è realizzato grazie alla collaborazione tra Legambiente e MIR, con il contributo del Comune di Padova e della Camera di Commercio nell’ambito del bando “La Città delle Idee 2025-2026”.
Redazione Ecopolis
