DIETRO LE QUINTE DEL GREENWASHING

Il documentario “Not in My Country” si presenta come strumento di dialogo sulla transizione ecologica, ma si rivela un’operazione di propaganda a favore dell’estrattivismo

Nel complesso dibattito sulle materie prime critiche, si intrecciano interessi economici, diritti umani, danni ambientali e giustizia sociale. Un esempio lampante di questa tensione è emerso attorno al documentario Not in My Country”, prodotto con il supporto della KU Leuven e difeso pubblicamente da Peter Tom Jones, promotore del progetto minerario Rio Tinto in Serbia. Il documentario, presentato come uno strumento di dialogo sulla transizione energetica, si è rivelato invece un veicolo per una narrazione a senso unico a favore dellestrattivismo, minimizzando i danni sociali e ambientali del progetto e delegittimando ogni forma di opposizione.

Diego Marin, policy officer del network ambientalista EEB, era stato invitato a partecipare a un dibattito previsto dopo la proiezione del film al festival Docville. Tuttavia, levento è stato cancellato allultimo minuto da Peter Tom Jones, che ha giustificato la decisione con preoccupazioni per la sicurezza”. In realtà, come rivelato da uninchiesta del media indipendente Apache, la cancellazione sembrerebbe motivata dalla sola presenza di Marin, noto critico dellestrazione mineraria insostenibile. Ironia della sorte, lo stesso Jones ha poi descritto laccaduto come una minaccia alla libertà di espressione in Belgio, ignorando che il vero silenziamento è stato operato nei confronti di chi voleva sollevare domande scomode.

Il documentario dipinge chi si oppone alle miniere come ipocrita o manipolato da interessi stranieri, banalizzando le critiche con il classico argomento volete le auto elettriche ma non le miniere”. Questa retorica ignora il fatto che la domanda di litio è sovrastimata e che esistono alternative concrete: batterie al sodio, riciclo, mobilità pubblica e città progettate per ridurre la dipendenza dallauto. Organizzazioni come Transport & Environment e Amigos de la Tierra mostrano che una transizione ecologica vera può soddisfare la maggior parte della domanda attraverso un uso più efficiente e circolare delle risorse. Il problema, quindi, non è “se” estrarre, ma come”, quanto” e per chi”.

Un altro aspetto inquietante è la strategia di delegittimazione degli attivisti, accusati persino di essere pedine della Russia. Questo richiama la propaganda della Guerra Fredda e i recenti attacchi dellestrema destra contro le ONG ambientali, accusate di eco-terrorismo” o di essere al servizio di potenze straniere. Tali tattiche servono a distrarre lopinione pubblica dagli abusi aziendali e governativi, criminalizzando chi si oppone alla devastazione ambientale. Anche le azioni legali intimidatorie, come le SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation), si stanno diffondendo per scoraggiare la partecipazione pubblica e mettere a tacere giornalisti, ricercatori e difensori dei diritti.

Not in My Country non è unopera imparziale, ma una vera e propria documercial”: una pubblicità mascherata da documentario. Riduce il conflitto ambientale in Serbia a una questione di non nel mio cortile”, ignorando le reali violazioni dei diritti e le proposte alternative. La scelta del titolo stesso gioca con il termine NIMBY in modo manipolativo, accusando le comunità locali di ipocrisia e legittimando lestrattivismo in nome della transizione ecologica.

Il caso del documentario e della censura del dibattito rappresenta un esempio emblematico di green extractivism”: la giustificazione dellestrazione distruttiva sotto la maschera della sostenibilità. È una pericolosa convergenza tra interessi aziendali e retorica di destra, dove chi difende il territorio viene dipinto come un ostacolo al progresso, e chi chiede giustizia climatica viene accusato di estremismo ideologico.

Lapologia tardiva di Peter Tom Jones su LinkedIn, non comunicata direttamente agli interessati, suona più come unoperazione dimmagine che un atto di reale responsabilità. Se davvero la scienza e lintegrità contano, è ai cittadini serbi che va chiesto scusa, non solo per il tono del dibattito, ma per il tentativo sistematico di silenziare le loro voci.
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Francesca Pollero, Redazione Ecopolis