DISTRAZIONI ATOMICHE

Il Governo insiste, le lobby del fossile ringraziano. Per le famiglie e le imprese non cambia nulla

 

 

La notizia era nell’aria da tempo e il 5 giugno la Camera ha approvato la legge delega sul ritorno del nucleare in Italia. Il testo passa ora al Senato dove non sono attese modifiche significative. Ovviamente entusiastici i torni usati dal Ministro all’ambiente e alla sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha già promesso i primi reattori operativi “nel 2034-2035” e descrive il passaggio parlamentare come “un passo importante per il futuro energetico dellItalia”. Secondo il titolare del Mase “abbiamo (il Governo ndr) iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili allinizio del prossimo decennio”. Il Ministro ha inoltre spiegato che i decreti attuativi della futura legge arriveranno entro la fine del 2026.

In questa legge, il Governo punta soprattutto sugli SMR, i piccoli reattori modulari, come risposta alla crisi energetica del Paese. I problemi, però, secondo Legambiente, sono due. E sono seri. Il primo è che quegli impianti non esistono ancora. E i dati su quelli che sono stati provati sono impietosi. Il progetto SMR più avanzato al mondo era NuScale, negli Stati Uniti: costi di produzione stimati tra 250 e 354 dollari per MWh, valori del tutto fuori mercato. Il progetto è stato cancellato. Gli unici tre SMR oggi in funzione nel mondo raccontano la stessa storia: lo Shidao Bay 1 in Cina è entrato in funzione 16 anni dopo l’annuncio iniziale, con costi aumentati del 200%. I due piccoli reattori galleggianti russi hanno superato il 300% del budget previsto.
Ricordiamo che, ad oggi, gli unici impianti nucleari inaugurati nel XXI secolo in Europa, sono gli EPR di terza generazione “avanzata”, la cosiddetta III+, di Olkiluoto, in Finlandia, e quello francese di Flamanville: entrambi caratterizzati da importanti sforamenti nei tempi e nei costi. L’impianto EPR di 1600 MW finlandese entrato in funzione nel 2022 (Olkiluoto 3) è costato 11 miliardi di euro rispetto ai 3,2 preventivati e ha richiesto 17 anni di lavori dall’inizio della costruzione. Per quanto riguarda la terza unità EPR di Flamanville, in Normandia, i costi iniziali stimati nel 2004 in 3,3 miliardi di euro, ad sono rivalutati a 13,2 miliardi, causato dai continui rinvii per le difficoltà realizzative.
La seconda questione è appunto legati ai tempi e relativi costi: se pure fosse vero che i primi reattori saranno pronti tra il 2034 e il 2035, famiglie e imprese hanno bisogno di ridurre già oggi i costi. Il nucleare arriverebbe troppo tardi.

A questo si aggiunge un problema che l’Italia non ha ancora risolto: gli SMR produrrebbero da due a trenta volte più rifiuti radioattivi rispetto ai reattori tradizionali. Un Paese che non ha ancora individuato il sito per il deposito nazionale delle scorie esistenti vuole costruire almeno 23 impianti che ne produrranno molte di più.
Nel frattempo, il mondo va altrove. Nel 2025 l’85% dei nuovi impianti di produzione elettrica installati a livello globale erano rinnovabili. Negli USA, anche nell’era di Trump, le fonti pulite hanno coperto il 92% delle nuove installazioni. E come insegna la Spagna con le rinnovabili il costo all’ingrosso dell’energia è un terzo di quello italiano.

Rinnovabili, accumuli, reti intelligenti: la strada per liberarci dalla dipendenza dal gas esiste già, è matura, costa meno. Non ha bisogno di aspettare il 2035.  Questa legge non ci avvicina alla soluzione della crisi energetica. Ci sta solo distraendo. I Signori del gas ringraziano.

Adattamento a cura di Francesco Tosato, Presidente di Legambiente Padova