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Sono sbalordito della superficialità con cui si sta affrontando il riordino delle competenze amministrative del Veneto, ivi compresa la realizzazione della cosiddetta PA-TRE-VE, l’ipotetica città metropolitana Padova-Treviso-Venezia.

Negli anni settanta, una volta istituite le regioni, ci fu un ampio dibattito su come coprire il vuoto che si era manifestato nella gestione del territorio tra le nuove istituzioni e i comuni, in relazione a tutte le decisioni che travalicavano la dimensione territoriale comunale: dall’organizzazione dei grandi servizi collettivi (salute, formazione ecc.) dalla politica dell’abitazione, ai trasporti,  alle attività produttive, alla gestione e tutela acque, ai rifiuti ecc.).

La prima strada che si tentò fu quella di istituire nuovi livelli di governo, intermedi tra Regioni e Comuni: furono individuati nei Comprensori, visti o come emanazioni del potere regionale o come enti elettivi di secondo grado. Nel Veneto ci fu la soluzione particolarmente pasticciata del Comprensorio Lagunare, il cui consiglio era costituito da rappresentanze sia della regione che dei comuni. Tutte le esperienze fallirono, soprattutto perché, trattandosi di istituzioni elettive di secondo grado, ogni membro del consiglio di comprensorio privilegiava l’interesse del comune di cui era rappresentante anziché quello generale del comprensorio. Sarebbe stata necessaria una modifica della Costituzione per inserire, tra le istituzioni elettive della Repubblica, il Comprensorio  in sostituzione  della Provincia accanto allo Stato, alla regione, alla Provincia e al Comune.  Qualcuno (e in particolare la rivista che allora dirigevo, “Urbanistica Informazioni”) propose di attribuire le funzioni d’area vasta alle Province, riformandole profondamente. Questa proposta convinse i gruppi parlamentari (grazie anche al ruolo svolto in quegli anni da alcuni autorevoli esponenti del Veneto tra i quali voglio ricordare Luigi Scano, Lucio Strumendo e Adriana Vigneri). La proposta diede luogo alla legge 142 del 1990 la quale, oltre a attribuire alle province il nuovo ruolo di governo d’area vasta, istituì accanto ad esse, in particolari aree del paese, le Città metropolitane. Particolare attenzione venne posta all’evitare il rischio che nelle città metropolitane il peso del comune capoluogo scoraggiasse gli altri comuni dal partecipare al governo in condizioni di parità. Si decise allora che i Comuni capoluogo avrebbero dovuto suddividersi in Municipi.

L’attuazione della legge avrebbe richiesto una forte capacità dei partiti politici di modificare il loro assetto e la distribuzione del potere che ciascuno di essi esercitava sul territorio. I partiti si rivelarono assolutamente incapaci di attuare questo rinnovamento e rimasero tenacemente attaccati ai brandelli di potere che ciascuno di loro era riuscito ad afferrare.  Le città metropolitane non furono istituite e le province, in massima parte, non furono rinnovate.

Tra i tanti errori della discussione o del dibattito di allora, che vedo ripresentarsi puntualmente oggi, vi è quello dell’incapacità di distinguere tra aspetto geografico e descrittivo e aspetto politico e amministrativo della questione. Una cosa è l’ “area metropolitana” come parte del territorio nella quale le relazioni tra le singole componenti sono particolarmente intense, altra cosa è la “città metropolitana” come livello di governo dotato di tutti gli strumenti necessari per governare effettivamente un territorio dotato di una sua identità, e quindi espressivo di un livello di aggregazione del popolo.

Nella discussione in atto oggi vedo tra l’altro un rischio che mi sembra particolarmente preoccupante. Si tende sempre di più ad individuare aggregazioni ampie (come PA-TRE-VE invece della Città metropolitana di Venezia e delle Province di Treviso, Padova e Veneto orientale). Così come, a livello più alto, si sente parlare dai leghisti di Maroni di “Macroregioni”, come la Padania. In realtà, questa spinta tende ad allargare il distacco tra chi effettivamente governa e i cittadini. Un governo efficace di un’area particolarmente ampia tende ad essere attribuito a organismi di tipo tecnocratico e aziendalistico (quali le “Agenzie”) nei quali come è noto il potere effettivo dei cittadini è nullo. È evidente che questa ha il “vantaggio” di essere la soluzione più vicina agli interessi dei poteri reali che governano il paese (grandi immobiliari, banche, mass media).

Infine, se del Governo democratico fa parte l’identificazione dell’abitante con il territorio nel quale vive, chi si sentirà di appartenere come cittadino a PA-TRE-VE anziché a Padova, Treviso o Venezia?

A fronte dell’obiezione che, comunque, nel mettere mano all’architettura istituzionale delle regioni e delle province, è necessario conseguire l’obiettivo della riduzione della spesa corrente, rispondo che lo stesso risultato si può ottenere riducendo gli sprechi che avvengono negli enti locali, a partire dalle “Grandi Opere” inutili. Per non parlare delle spese militari, la cui dimensione pesantemente contrasta con una costituzione che dichiara che l’Italia ripudia l’uso della guerra come strumento di regolazione delle vertenze internazionali.

Sarebbe molto meglio se invece di arrovellarsi su disegni sbagliati e irrealizzabili di riordinamento istituzionale si promuovessero le iniziative di collaborazione tra comuni legati da relazioni convergenti nella gestione delle attività di interesse reciproco come avviene negli altri paesi europei.

Edoardo Salzano

3 Responses to “Riordino delle Province: una critica”

  1. Paolo Stella ha detto:

    Sono d’accordo! Le spese militari andrebbero ridotte al minimo. Perché l’Italia non sceglie di diventare un paese neutrale come la Svizzera? Perché continuiamo a mandare soldati all’estero in missioni costose e pericolose per i nostri giovani?
    Paolo Stella

  2. Alberto Bernardini ha detto:

    Condivido totalmente le meditate e documentate parole di Edoardo Salzano.

  3. Carlo Crotti ha detto:

    Io penso che le aggregazioni di più poli urbanisti in una “città metropolitana” vadano affrontati caso per caso e non si possa generalizzare.
    Se guardiamo ad altre esperienze possiamo , esemplificando, confrontare quella di una città a mono-cultura industriale come Detroit a quella di New York.
    La prima con il collasso del settore auto 4-5 anni fa si trovò sul lastrico. Un disastro che si aggravava perchè anche coloro che non erano direttamente impegnati su quel fronte andarono in crisi. Ingegneri, medici, commercianti, costruttori edili, muratori etc abbandonarono la città Se non c’erano più operai e lavoro, non avevano spazio nemmeno i servizi al contorno. In tv si vedevano palazzi, quartieri abbandonati. Il valore immobiliare crollava come pure lo status di chi restava.
    New York invece ha più settori trainanti: l’editoria, l’abbigliamento, la finanza, il porto, reti tv ….. , se uno va in crisi non collassa tutta la città.
    Lo stesso ragionamento vale se confrontiamo Milano (moda, finanza, manifatture, editoria, tv ) con Venezia e Padova prese singolarmente.

    Queste due, oltre alla somma delle specificità produttive e reddituali di ognuna, possono sviluppare un nuovo modello di “porto diffuso”. Il Terminal off shore può collegarsi all’interporto di Padova e di Chioggia con battelli fluvio-marittimi (ne ho scritto su Ecopolis due settimane fa. Il pezzo è al sito: http://ecopolis.legambientepadova.it/?p=800)
    Questo scalo allargato ha una dimensione molto maggiore dell’attuale e può produrre risorse che oggi non abbiamo.
    A titolo di esempio il 15% degli incassi del Comune di Genova derivano dal porto.
    (a Rotterdam siamo intorno al 57%; ad Anversa il 30%; Valencia 65%…..)
    Se come propone Paolo Costa la movimentazione a regime sarà superiore a quella ligure odierna, non avremo forse procurato lavoro (a tempo indeterminato) e nuovo reddito?
    Ecco perchè io avrei preferito leggere un commento più mirato sulla PD-VE-chioggia-Treviso che un ragionamento di circostanza, che non coglie i lati innovativi che sono sul tavolo.
    Ma sono certo che provvederà in un suo prossimo articolo.
    Grazie dell’attenzione
    Carlo Crotti (presidente)

    ASS. “SALVAGUARDIA IDRAULICA DEL TERRITORIO PADOVANO E VENEZIANO”
    IV° Strada n°3 Zona Ind. – Padova tel. 347 8665730 http://www.idroviapadovamare.org
    Associazione iscritta Registro Comunale di Padova delle LIBERE FORME ASSOCIATIVE e COOPERATIVE SOCIALI n 1477 nella sezione tematica: “TERRITORIO – URBANISTICA – TUTELA AMBIENTE e PROTEZIONE CIVILE”

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