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La fusione Hera – APS Acegas, votata dal Consiglio Comunale di Padova, non può essere banalmente considerata come l’inevitabile evoluzione di un processo di privatizzazione (le Spa sono società di diritto privato, anche se con prevalente capitale pubblico) già avviato con la precedente fusione delle aziende padovana e triestina. In realtà il processo di concentrazione avviato sottintende una visione della gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici del tutto antitetica rispetto a quella espressa dai 27 milioni di cittadini che hanno votato sì al referendum sull’acqua. E, d’altra parte, non è affatto scontato che la nuova fusione (più finanziaria che imprenditoriale) possa garantire – come contropartita all’allontanamento dei centri decisionali dal nostro territorio – economie di scala, maggiore efficienza e quindi un miglioramento del servizio offerto alle comunità locali ed una riduzione delle tariffe.

Stefano Rodotà, già Presidente della Commissione per la Riforma dei Beni Pubblici istituita nel 2007, in più occasioni ha sottolineato come il tema dei Beni Comuni non sia “né una bizzarria, né un tema marginale” e come anzi il riferimento all’importanza dei beni comuni costituisca il dato che più caratterizza la fase attuale. «Una novità politica, scrive Rodotà, che i partiti soffrono o avversano. Ancora inconsapevoli, dunque, del fatto che non siamo di fronte ad una questione marginale o settoriale, ma ad una diversa idea della politica e delle sue forme, capace non solo di dare voce alle persone, ma di costruire soggettività politiche, di redistribuire poteri» (Stefano Rodotà, La Repubblica 5 gennaio 2012).

Secondo Rodotà i Beni Comuni (ovvero i beni «funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità») devono essere “indisponibili per il mercato” ed essere “amministrati muovendo dal principio di solidarietà”. La loro gestione deve garantire l’accesso di tutti al bene e deve vedere la partecipazione dei soggetti interessati, facendo ad esempio appello all’articolo 43 della Costituzione che prevede la possibilità di affidare la gestione di servizi essenziali, fonti di energia e situazioni di monopolio, oltre che ad enti pubblici, anche a “Comunità di lavoratori o di utenti”.

Le indicazioni della Commissione Rodotà sono state approfondite, anche dal punto di vista giuridico e costituzionale, dal testo di Ugo Mattei “Beni Comuni: un manifesto”, che evidenzia come il concetto di bene comune rimette in discussione la storica contrapposizione tra stato e mercato, tra liberismo e statalismo entrambi caratterizzati dalla tendenza alla concentrazione del potere ai vertici di una gerarchia sovrana che esclude ogni altro soggetto decisionale. Il governo dei Beni Comuni, afferma Ugo Mattei, rifiuta per sua natura la concentrazione del potere a favore della sua diffusione, a favore di un modello collaborativo e partecipativo, presuppone un governo democratico dell’economia.

Sta qui credo il nocciolo della questione. Chi si è espresso a favore della fusione Hera – APS Acegas (a cui in prospettiva dovrebbe seguire quella con le società milanesi e torinesi A2A ed Iren) ritiene strategicamente importante dar vita ad una grande Multiutility del Nord, di diritto privato ma ai cui vertici verrebbero posti manager di nomina politica, un’azienda di dimensioni tali da poter di fatto costituire una posizione di monopolio nell’affidamento dei servizi pubblici. Ma quale affidabilità hanno – dopo gli scandali degli ultimi anni – questi carrozzoni finalizzati prioritariamente al profitto e nei quali di “pubblico” c’è solo la nomina dei consigli di amministrazione da parte dei partiti? E se – in assenza di società in house – diverrà obbligatorio sottoporre a gara pubblica la gestione dei servizi pubblici, quali vantaggi potranno derivare alle comunità locali dal dover di fatto trattare con una Multiutility operante in regime di monopolio? E nello specifico di Padova, quale interesse potrà avere Hera a dismettere la prima linea degli inceneritori (che diverrà possibile non appena si raggiungerà l’obiettivo del 70% di raccolta differenziata nel nostro bacino di riferimento), se proprio dall’incenerimento di rifiuti ordinari e speciali deriva il maggior utile della società?

Se non si ha la forza o la volontà di scegliere la via delle società in house direttamente gestite dagli enti locali, se – come fanno i sostenitori della fusione – ci si appella alle virtù salvifiche del mercato, non sarebbe paradossalmente meglio per i Comuni, al fine di garantire le proprie autonome scelte sui temi dell’energia, dell’acqua, del ciclo dei rifiuti, gestire delle vere gare pubbliche favorendo la concorrenza tra più soggetti, previa una precisa definizione delle proprie finalità, degli obiettivi da conseguire, dei criteri di valutazione e degli indicatori che verranno utilizzati per monitorare i risultati conseguiti?

Certo non è automatico né facile tradurre gli indirizzi di fondo in concreti progetti di riforma volti all’introduzione di nuovi modelli collaborativi e partecipativi nella gestione dei servizi pubblici locali, anche se va ricordato come già vi siano significative esperienze di riferimento: in primo luogo quella dell’Eau de Paris, un’azienda speciale che dal 1° gennaio 2010 – dopo la ripubblicizzazione – gestisce l’acqua nella capitale francese con la presenza nel Consiglio di Amministrazione di cittadini e associazioni, anche se solo con poteri consultivi e di controllo.

E’ un capitolo aperto, un terreno da esplorare e che necessita di una forte capacità progettuale per la ricerca di soluzioni nuove e innovative sia a livello legislativo che nelle pratiche amministrative locali. E’ però altrettanto certo che i processi di concentrazione finanziaria in corso non vanno nella direzione di un governo trasparente e partecipato dei servizi e di un rafforzamento del legame che deve esistere tra aziende di servizio e politiche territoriali delle comunità locali finalizzate al risparmio energetico ed alla chiusura dei cicli ecologici.

Sergio Lironi

One Response to “Perché essere contrari alla fusione AcegasAps – Hera”

  1. Marta B. ha detto:

    Bologna al 40%, Ferrara al 45, Modena al 52, Forlì al 48 … ecco i dati al 2010 della Raccolta differenziata nella principali “piazze” servite da Hera. Ben lontani dal limite di legge del 65%; persino lontani dal 59% di Padova.
    Un altro motivo per dissentire dalla fusione.

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