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Gli anni 2000 nel Veneto, almeno sino alla crisi del 2008, sono stati caratterizzati da una intensa attività edilizia. In un decennio si sono realizzati edifici industriali, direzionali e commerciali per oltre 164 milioni di mc ed edifici residenziali per circa 148 milioni di mc. In base agli standard abitativi della Regione Veneto, che assegna 150 mc per abitante, la nuova edilizia residenziale realizzata potrebbe dunque teoricamente ospitare quasi un milione di nuovi abitanti. Più del doppio del reale incremento registrato negli stessi anni: circa 430.mila nuovi abitanti tra il 2001 e il 2010 (mentre nel 2011 – per la prima volta in quarant’anni – si è registrata un’ inversione di tendenza (da gennaio a ottobre la popolazione è diminuita di oltre 70 mila unità).

L’eccesso di produzione edilizia rispetto al fabbisogno, testimoniata dall’enorme quantità di appartamenti, uffici, edifici commerciali e industriali invenduti, costituisce senza dubbio una – anche se non la sola – delle cause della drammatica crisi attuale. Si è costruito troppo, ma soprattutto si è costruito male, occupando e sprecando grandi quantità di spazi aperti, cementificando fertili terreni agricoli, realizzando tipologie edilizie troppo costose e quindi non rispondenti alla domanda, in larga parte costituita da lavoratori a basso reddito e da lavoratori immigrati, con tecnologie spesso antiquate e scarsa attenzione ai problemi del risparmio energetico ed al benessere degli abitanti.

L’enorme spreco dovuto alla dispersione insediativa ha fatto perdere, in Veneto, dal 1990 al 2010, il 21,5%, di Superficie Agricola Utilizzata: 279.830 ettari, più dell’intera provincia di Vicenza.

E’ quindi necessaria un’inversione di tendenza. Lo stesso governo nazionale ha recentemente predisposto un disegno di legge che prevede drastici vincoli ad ogni ulteriore consumo di suolo e che non consentirà più l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente delle amministrazioni comunali. Molti Comuni, sull’esempio di Desio e di Udine, stanno rivedendo i propri piani regolatori non solo evitando nuove espansioni, bensì anche tagliando milioni dei metri cubi consentiti dalle norme vigenti.
Una ripresa del settore delle costruzioni potrà avvenire solo se si saprà operare in altre direzioni, ovvero verso il recupero dell’esistente, anche al fine di garantire la sicurezza antisismica dei fabbricati, il risparmio energetico, la messa a norma degli impianti, l’utilizzo di materiali non tossici e derivanti da processi produttivi ecologici a garanzia della salute sia dei lavoratori che degli abitanti.
A questo fine sono necessarie e urgenti specifiche politiche governative e regionali di indirizzo, di promozione e di finanziamento per l’avvio di incisivi programmi pubblici e privati di riqualificazione e rigenerazione urbana (riprendendo ad esempio la positiva esperienza dei Contratti di Quartiere caratterizzati dalla partecipazione attiva degli abitanti), nonché specifiche agevolazioni e detrazioni fiscali per chi investe nel recupero a fini energetici ed ecologici della propria abitazione. Tutto ciò richiede però anche una radicale revisione sia delle norme comunali che regolano l’attività edilizia (Norme tecniche di PRG, regolamenti edilizi finalizzati alla sostenibilità, capitolati d’appalto) sia dell’organizzazione delle imprese, che dovranno garantire una maggiore preparazione professionale dei propri addetti e quindi anche una maggiore stabilità dei posti di lavoro e contratti non precari.

Sergio Lironi – Presidente onorario di Legambiente Padova. Sintesi a cura della redazione di Ecopolis

2 Responses to “Servono nuove politiche per l’edilizia”

  1. andrea ha detto:

    Leggevo nel vostro lancio stampa di Ecositema urbano di pochi giorni fa per quanto riguarda Padova e le politiche urbanistiche: “Dramma per quanto riguarda il cemento 4,6 milioni di metri cubi ancora edificabili, a fronte di 7000 case sfitte”.
    Ma 7000 case sfitte su quante messe in affitto? Si può avere la fonte di questo dato?

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