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vivian-258Ho avuto un incubo! Stavo partendo per le tanto agognate vacanze e non avevo preparato a dovere la scorta di rullini di Ekta Pro 64 o Velvia 50, 36 pose. Era rimasta fuori dal frigo e con le temperature di questi giorni irrimediabilmente persa. I colori riprodotti viravano decisamente al violetto! Qualche minuto, asciugato il sudore della fronte, forse dovuto al timer dello split impostato male, ed ho tirato un sospiro di sollievo. La macchinetta “analogica” con tutto il suo glorioso corredo faceva bella mostra di s’è sullo scaffale, un pò impolverato, nella stanza degli hobby. E così sono partiti i ricordi e come capita spesso una sensazione di nostalgia e poi d’incredulità si è fatta avanti. 

I giorni che precedevano le vacanze erano giorni di preparativi. Riassumevo mentalmente le attività da porre in atto: ho preparato tutto il corredo? Ogni destinazione richiede una diversa attrezzatura: grandangolo per le riprese d’ambiente e panoramiche, il 50 serve sempre, il medio tele per avvicinarmi ai soggetti “difficili” ed il 200 o più lungo per le foto sportive o il birdwatching. Poi il duplicatore di focale ed un flashetto per schiarire le ombre. E i filtri? Polarizzatore per drammatizzare i contrasti, lo skylight per ridurre l’ultravioletto e la foschia e l’ultravioletto a protezione della lente anteriore. Poi almeno 20 rullini da 36 delle varie sensibilità: 50, 64 per i capolavori (la carnagione della compagna è molto più naturale), la 100 per ogni occasione e la 400 per gli scatti veloci. Tutte invertibili (diapositive) perché danno una resa migliore al colore. La borsa termica perché d’estate le temperature salgono e il materiale sensibile ne può risentire. E il cavalletto per le foto notturne. Un pò di batterie e dovremmo esserci. Ed allora nasceva il dilemma:

Affrontare una crisi famigliare e le imprecazioni del compagno o della compagna normalmente adibiti a funzione di “portabagagli dell’artista”, o rinunciare a priori alla possibilità di scattare la foto storica!

Poi al ritorno partiva il conto alla rovescia e proporzionalmente aumentava l’ansia. Era a rischio la fama di grande fotografo e forse anche l’integrità fisica. RCE catalogava distrattamente valanghe di rullini, mentre timidamente chiedevi il trattamento professionale consapevole peraltro che i tuoi rullini preziosi sarebbero finiti irrimediabilmente nello stesso bagno di tutte gli altri, ma almeno salvavi la coscienza. Se poi qualche scatto di cui non potevi fare a meno era impresentabile: solo MILANO poteva fare il miracolo ed erano giorni se non settimane di ansia crescente. Ma perché ci volevamo così male? L’iPad si accende e manda la mia melodia preferita aumentando progressivamente il volume emesso per riportarmi gradualmente alla realtà.Ora giro con uno smartphone che sostituisce fotocamera, cinepresa e molto altro ancora che qui non interessa. Ha una risoluzione “teorica” pari al doppio della risoluzione che equipaggiava le fotocamere professionali installate sui satelliti spia di qualche anno fa.

Fa delle foto oneste, gli sono grato perché alcuni episodi li ricordo grazie a lui, ma certo non posso dire che fare Fotografia (con la effe maiuscola) equivalga ad usare un telefonino. Un grande fotografo, qualche anno fa agli albori della fotografia digitale, disse polemicamente che con l’avvento del digitale la fotografia era definitivamente morta! Non è così e non può essere così. Certo il mezzo ha soverchiato la mano e appiattito l’inventiva del fotografo. Lo “sfocato controllato”, la profondità di campo, la latitudine di posa, la staratura intenzionale dell’esposizione, la priorità di tempi o diaframmi tutti aspetti complicati della fotografia: il soggetto cambiava nel tempo prima che l’attimo fosse colto.

Sta in noi riprendere il controllo del mezzo, decidere prima come deve essere il risultato finale. Scattare qualche foto in meno, studiare con più attenzione il messaggio che si vuole mandare e la storia che si vuole raccontare.

E la fotografia non morirà…

Giuliano Ghirlanda, volontario Legambiente

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