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Per fermare l’emergenza climatica dobbiamo convertire in senso sostenibile tutto il nostro sistema produttivo: a dirlo è l’IPCC nel suo ultimo rapporto sul cambiamento climatico (ne abbiamo parlato qui). Oggi l’industria tessile è seconda in termini di emissioni prodotta solo ai produttori di fonti fossili.

Qualcosa però si muove, recentemente è nato il progetto Slow+fashion+design, con l’obiettivo di fare la differenza in un settore “sotto i riflettori” di cui troppo spesso si dimentica l’enorme impatto sociale e ambientale.

Secondo l’ONU l’industria tessile produce oggi il 10% delle emissioni globali di CO2, con solo l’1% dei suoi prodotti che viene alla fine riciclato. Si tratta di un settore che contribuisce  al 20% allo spreco globale di acqua: basti pensare che per produrre un paio di jeans – indipendentemente dalla qualità – servono più di 8.000 litri di acqua.

Proprio con l’obiettivo di ripensare l’industria tessile in senso etico e sostenibile, nel 2011 un gruppo di aziende che a livello globale vale il 15% del settore ha aderito al consorzio Detox lanciato da Greenpeace.

È la stessa direzione in cui si muove il recente progetto Slow+fashion+design, riprendendo un termine coniato nel 2008 dalla consulente di design sostenibile Kate Fletcher e proseguendo il percorso avviato dalla fiera Ethical Fashion Show, nata a Berlino nel 2004.

Sorto come blog tre anni fa per raccontare una moda diversa e sostenibile, si è poi trasformato in una community per fare rete tra architetti, designer e aziende che sostengono la filosofia slow: l’obiettivo è condividere uno stile di vita e di lavoro e offrire consulenze per un nuovo modello di business nel fashion e design.

Il progetto ha stilato un significativo decalogo di dieci parole chiave per per ripensare alla radice l’insostenibile fast fashion. Sono due i punti che per il loro forte impatto ambientale è importante richiamare: l’attenzione per il riciclo e la centralità del tema della territorialità, con il ripensamento della filiera nel senso della sostenibilità e della prossimità.

«Il progetto è la nostra risposta di cuore alla chiusura di un ciclo nel fast fashion che finora ha prodotto solo danni e standardizzazione – dichiara Alessandro Crosato, fondatore del progetto Slow+fashion+design – per questo per diffondere stili di vita sostenibili a breve lanceremo in Veneto una start-up già da subito slow per produzione e filiera di abbigliamento; noi in Italia infatti abbiamo competenze e creatività per sviluppare una filiera diversa, creando valore senza entrare nella velocità dei sistemi produttivi e distributivi attuali – conclude – perché oggi quelle che serve per l’industria tessile italiane sono prodotti di alta qualità, recuperando marchi importanti e il loro know how».

Centrale in questa filosofia è la lentezza, l’idea cioè che sia necessario cambiare stile di vita e riallinearsi con i propri ritmi per riprendersi il tempo e vivere intensamente. Cruciale diventa dunque diffondere tanto il senso di responsabilità in aziende e designer, quanto la consapevolezza nel consumatore, affinché entrambi scelgano una moda eco-sostenibile ed etica in tutta la filiera, dalla progettazione alla produzione fino alla distribuzione.

Sempre per portare l’attenzione su questo tema il Fridays for Future (ne abbiamo parlato qui) lo scorso 14 giugno ha portato in piazza a Milano la Sfilata per il clima: l’ultimo giorno della settimana della moda maschile, il movimento ha presentato una collezione di capi usati per mettere l’accento sull’emergenza climatica che viviamo.

Dall’uso di mascherine per denunciare l’aria irrespirabile del capoluogo lombardo a vestiti composti da plastica usa e getta per sensibilizzare sulla necessità del riciclo, fino alle coperte termiche per parlare di profughi ambientali, il movimento milanese, con la collaborazione di Crise Up, è riuscito con creatività a parlare dell’urgenza di cambiare di cambiare i nostri stili di vita contro i cambiamenti climatici in atto.

Perché per affrontare l’emergenza climatica anche gli abiti che indossiamo fanno la differenza.

Luca Cirese – redazione ecopolis

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