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Il prof. Zanardi ed un immaginario interlocutore discutono di fronte alla Cappella degli Scrovegni.

Zanardi richiama l’allarme che i quotidiani “Telegraph” e “Le Figaro” hanno lanciato sulla conservazione degli affreschi di Giotto, a seguito dei lavori iniziati in un cantiere posto a breve distanza, appena al di là del Piovego, che prevede la costruzione di una torre binata alta oltre cento metri e di un vastissimo interrato profondo 10.

Il suo interlocutore cerca di tranquillizzarlo richiamando le rassicuranti relazioni dei tecnici.

Il professore, però, insiste citando altri pareri, in cui si sostiene che una simile operazione non può non avere conseguenze sull’equilibrio idraulico-geotecnico dell’intera area su cui si insistono torre e Cappella, area posta su una comune falda freatica profonda. E continua, rintuzzando le rassicurazioni dell’altro, affermando che le deformazioni, prodotte dai disequilibri idraulici in falde tra loro comunicanti, danno luogo a cedimenti assoluti e differenziali che possono manifestarsi anche in periodi molto lunghi. Deformazioni che nei terreni a grana fine, come quello su cui insistono Cappella e torre, sono in gran parte irreversibili, anche rimuovendone la causa.

Il dialogo prosegue con la denuncia dell’inesistenza di un’indagine sul rischio sismico della Cappella e con la considerazione che non può essere di conforto la bassa classificazione sismica di Padova, in quanto anche la zona tra Modena e Ferrara era ritenuta a basso rischio sismico.

Anche il cordolo di cemento e le capriate in acciaio, messi sul tetto della Cappella nel restauro del 62/63, sono oggetto di disputa, in quanto i due interlocutori portano esempi a favore e contro l’uso di tali materiali e modalità di intervento.

A fronte dell’osservazione di Zanardi, che molti dei recentissimi crolli di rocche, chiese e palazzi di Mirandola, Finale Emilia, eccetera, si sono verificati proprio in corrispondenza dei consolidamenti in cemento, per non parlare del tetto della Basilica di Assisi, ovvia causa del crollo del 1997, il secondo interlocutore abbandona la disputa.

Il contradditorio si stempera ed assume toni confidenziali.

Segue una disamina sull’improvvido culto per il cemento nelle opere di restauro e sulla difficoltà di bonificare le centinaia di migliaia di tetti con cordoli e capriate di quel materiale, operazione che comporterebbe implicazioni economiche, tecniche e organizzative complicatissime negli edifici civili e pressoché insuperabili in quelli monumentali.

Dopo un’amara riflessione sulla inettitudine dei decisori politici dei nostri tempi, e sull’asservimento di troppi tecnici da questi nominati, il dialogo si conclude con l’augurio che, nei prossimi quarant’anni, nulla accada alle migliaia e migliaia di case e monumenti in cui sono stati eseguiti lavori strutturali di consolidamento, sovradimensionati e sbagliati.

Perché quarant’anni? Perché, come diceva Keynes, “tanto tra quarant’anni saremo tutti morti”.

A cura della redazione di Ecopolis

Per leggere l’articolo vai al sito http://www.rivistailmulino.it , rubrica Cultura del 17 ottobre 2012

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