NO ALL’ACQUA VERA, UNA RIPARTENZA DI LOTTA

Una storia emblematica: locale e globale, crisi climatica e natura, business e impotenza della politica, ma ci sono anche partecipazione e pensieri dal basso

 

Quella fra San Giorgio in Bosco – un paesello di 6.300 anime nell’Alta Padovana – e il colosso Vera è una storia che dura da 46 anni: la famiglia Pasquale, l’acqua in bottiglia, la crescita con l’oro che sgorga dalla falda, sponsor di Italia ‘90 e del Padova in serie A, poi l’arrivo della Nestlè, quindi – nel 2020 – la cessione del marchio dalla multinazionale svizzera alla siciliana Acqua Vera Spa con la benedizione di un fondo cinese e con un accordo di co-packaging con San pellegrino per imbottigliare nello storico stabilimento lungo la Valsugana.

Oggi questa storia è arrivata a un incrocio intenso, in cui sembra esserci tutto dentro, un caso di scuola, un epifenomeno chiarissimo del nostro cambio d’epoca: locale e globale, crisi climatica e natura, business e impotenza della politica. Ma c’è anche partecipazione, voglia di esserci, pensieri dal basso. Un agitarsi nonostante la diffusa egemonia della rassegnazione. Tutto dentro.

Il 22 luglio scorso quasi 300 persone si sono presentate a una mobilitazione davanti al municipio di San Giorgio in Bosco, che ha raccolto 3.000 firme su change.org. È ripartita la lotta contro il progetto di un nuovo stabilimento di Aqua Vera Spa. Una lotta che vede il sostegno anche di Legambiente Alta Padovana e Mediobrenta, con Legambiente Veneto, realtà in prima linea a tutela della falda, con una storia di battaglie per ricaricare una risorsa idrica che si sta inesorabilmente consumando.

Quella di San Giorgio in Bosco è – appunto – una ripartenza di lotta. Perché la protesta ha radici nel luglio del 2022: giusto tre anni fa la Spa titolare del marchio Vera protocollò una domanda di valutazione preliminare per un nuovo stabilimento a ridosso dell’altro. Sindaco e maggioranza – dopo un primo atteggiamento favorevole – di fronte alla protesta espressero parere contrario. Adesso il valzer riparte: il 24 luglio si è svolta in Provincia una conferenza di servizi – al momento interlocutoria – sulla “domanda di permesso di costruire in variante allo strumento urbanistico generale presentata dalle ditte AQua Vera Spa e Sanpellegrino Spa”.

L’obiettivo è trasformare 43.140 metri quadrati da agricoli a produttivi utilizzando la procedura dello Sportello Unico Attività Produttive, una legge la cui “ratio” è la semplificazione amministrativa, ma che consente di “bypassare” la legge sul consumo di suolo zero. L’estensione dell’area è pari a metà di Prato della Valle. In una relazione illustrativa, AQua Vera afferma che il nuovo stabilimento porterebbe 35 nuovi posti di lavoro. Al municipio – a rate – arriverebbero 1,8 milioni di euro. L’insediamento, con una superficie coperta di oltre 17.000 mq, consisterebbe in un magazzino per le materie prime, un reparto imbottigliamento e confezionamento di 4.600 mq, dove sarebbero installate le due linee ex-Sanpellegrino con capacità di 44.000 bottiglie all’ora, un magazzino del prodotto finito di 7.600 mq. La società garantisce che non supererà il 50% dell’estrazione d’acqua prevista dalla concessione regionale, ovvero 100 litri al secondo. Nel corso degli anni il limite di 100 litri non è comunque mai stato superato e si è aggirato intorno al 30%. Numeri che restano immensi: nel 2018, 508 milioni di litri emunti e 398 imbottigliati; nel 2019, 375 milioni di litri emunti e 326 imbottigliati; nel 2020, 305 milioni di litri emunti e 229 finiti nelle bottiglie. Con i movimenti a difesa dell’acqua bene comune ci siamo spesso detti che se facessimo una strada larga un metro con dentro 100 bottiglie di plastica, solo con le bottigliette uscite dalla Vera negli ultimi lustri faremmo più volte il giro della circonferenza terrestre.

Miliardi di bottigliette di plastica e dentro l’acqua pagata con l’elemosina di appena 1,50 euro a metro cubo, ovvero un euro e mezzo ogni 1.000 litri d’acqua. Sulla vicenda in questi giorni si è aperta una rovente querelle in consiglio regionale: la Lega è a favore e sostiene il sindaco e la maggioranza, mentre Pd, il Veneto che Vogliamo, ma pure Fratelli d’Italia e Forza Italia sono contro. La linea della protesta è chiara: “Abbiamo già dato, se non bisogna aumentare l’emungimento a che servono nuovi capannoni?”. E poi: “Dopo aver subito lo sfruttamento dell’acqua bene comune, dobbiamo anche cedere sul consumo di suolo?”. Terminato liter tecnico, la decisione finale spetterà al consiglio comunale che – come ribadito dal Tar a luglio 2023 – si esprime su una mera “proposta di variante” e mantiene la pienezza del proprio potere in materia urbanistica. E quindi – anche se i vari pareri tecnici non avranno nulla da obiettare – la politica sarà liberissima di decidere se votare a favore o contro lennesimo consumo di suolo nel tempo della crisi climatica, degli allagamenti e della devastante inattualità di un certo sistema di “sviluppo”.

Sebastiano Rizzardi, San Giorgio Bene Comune