Carne coltivata e futuro dell’alimentazione

Per un sistema alimentare più sostenibile è essenziale ridurre il consumo di carne, e ridurre anche la carne prodotta in modo tradizionale

 

La carne coltivata (CM), definita anche carne “a base cellulare”, è una vera e propria carne animale prodotta coltivando direttamente cellule animali attraverso moderni metodi biotecnologici (Specht et al. 2018) e viene prodotta con lo scopo di offrire ai consumatori un prodotto dal gusto e dalla consistenza molto simili a quelli della carne prodotta in modo convenzionale (Scharf et al., 2019).

I potenziali benefici della coltivazione cellulare risiedono nella rimozione dell’intermediario animale o vegetale e nella riduzione di fattori che contribuiscono al cambiamento climatico e al degrado ambientale, al rischio di resistenza agli antibiotici, alle malattie zoonotiche e alle preoccupazioni per il benessere degli animali (Stephens et al.2018). Inoltre, avere un maggiore controllo sul processo di produzione può portare a prodotti più sicuri, più nutrienti e più gustosi rispetto ai loro omologhi prodotti convenzionalmente. I produttori di carne coltivata presumono che queste caratteristiche li renderanno attraenti per i consumatori e intercambiabili nelle diete con pochi cambiamenti nelle abitudini dei consumatori (Sinke et. al, 2023).

Ma qual è l’impatto ambientale della carne coltivata? Per stabilirlo è necessario prendere in considerazione una molteplicità di aspetti.

Secondo Post e colleghi (2020), poiché la produzione di carne coltivata è ancora in fase di sviluppo, sussistono ancora grandi incertezze riguardo al sistema di produzione su scala commerciale. Le sfide più impegnative riguardano lo sviluppo di ingredienti per terreni di coltura a basso costo e di sistemi di bioreattori su larga scala efficienti dal punto di vista energetico.

Come indicano Smetana e colleghi (2023), queste incertezze fanno sì che le attuali stime degli impatti ambientali della carne coltivata siano da considerare ancora ipotetiche.

Per poter valutare l’impatto ambientale del “ciclo di vita” della carne coltivata, Sinke e colleghi (2023) hanno considerato le seguenti stime dell’impatto ambientale degli allevamenti:

  • Cambiamenti climatici: gli allevamenti hanno un contributo del 16,5-19,4% alle emissioni totali di gas serra di origine antropica, rappresentando di gran lunga il maggior contributo alle emissioni del sistema alimentare, due volte più grande delle fonti di origine vegetale (Crippa et al. 2021; Twine 2021; Xu et al. 2021). Il contributo dei ruminanti alle emissioni totali degli allevamenti è significativo a causa delle loro emissioni di metano, con la fermentazione enterica che rappresenta il 27% delle emissioni globali di metano di origine antropica (Global Meater Initiative 2015; Grossi et al. 2019). Senza interventi, le sole emissioni del sistema alimentare potrebbero precludere gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi volti a limitare il riscaldamento a 1,5 °C entro il 2050 (Clark et al. 2020).
  • Uso del suolo: gli allevamenti è destinato l’83% dell’uso globale dei terreni agricoli, compresi pascoli e terreni coltivati per l’alimentazione umana (Poore e Nemecek 2018).
  • Uso dell’acqua: gli allevamenti provocano il 41% dell’uso combinato di acqua verde e blu (il contributo all’uso di acqua blu è di circa il 6%) (Heinke et al. 2020).
  • Nutrienti: gli allevamenti provocano oltre un terzo delle emissioni di azoto di origine antropica (Uwizeye et al. 2020) e rappresenta uno dei principali fattori di interruzione dei cicli naturali dell’azoto e del fosforo (Garske e Ekardt 2021).
  • Perdita di biodiversità: Tutti gli impatti sopra menzionati sono forti fattori di perdita dell’integrità della biosfera (Stefen et al. 2015). L’attuale produzione di prodotti animali ha un effetto sproporzionatamente grande sulla perdita di biodiversità rispetto ad altri prodotti alimentari (Benton et al. 2021).

Gli autori concludono che gli ultimi studi sull’impatto ambientale del ciclo di vita della carne coltivata indicano che questa ha il potenziale per avere minori emissioni di carbonio, uso del suolo, uso dell’acqua ed effetti di eutrofizzazione rispetto alla maggior parte delle carni convenzionali (Tuomisto e Teixeira de Mattos 2011; Tuomisto et al. 2014, 2022; Mattick et al. 2015).

Per l’uso del suolo la differenza è più evidente. Tuttavia, il consumo energetico della carne coltivata non è trascurabile e in generale si prevede che le emissioni di CO2 siano più elevate. Poiché i sistemi di produzione animale hanno maggiori emissioni di forti gas serra (GHG) come metano (CH4) e protossido di azoto (N2O) e hanno maggiori emissioni legate al cambiamento dell’uso del suolo (LUC), si riscontra generalmente che l’impatto complessivo della carne coltivata sul cambiamento climatico possa essere inferiore rispetto a quello delle carni convenzionali. I risultati più recenti per la carne coltivata di Mattick et al. (2015) e Tuomisto et al. (2022) mostrano che la carne coltivata ha il potenziale per avere un’impronta di carbonio inferiore rispetto alle medie globali per tutte le carni animali, ma potrebbero avere un’impronta di carbonio più elevata rispetto al pollo prodotto in modo efficiente (Poore e Nemecek 2018).

Ci sono, tuttavia, anche altri fattori di impatto da considerare.

Secondo Scherer e colleghi (2023), oltre all’energia industriale, la carne coltivata richiede energia calorica sotto forma di mangime per crescere, proprio come la carne convenzionale.

L’efficienza della carne coltivata nel convertire il mangime in cibo è bassa, da meno del 20% nel caso predefinito a meno del 50% nel migliore dei casi (Mattick et al., 2015), ma comunque superiore a quella della carne convenzionale.

Le criticità dell’impatto ambientale della carne coltivata differiscono a seconda degli scenari. Per Tuomisto et al. (2014), la coltivazione delle cellule rappresenta il principale motore del consumo di energia, mentre per Mattick e colleghi (2015) la lavorazione delle materie prime, seguita dalla pulizia del bioreattore.

Smetana e colleghi (2023) affermano che, considerando le diverse categorie di impatto (ad eccezione dell’impronta idrica, per la quale sono disponibili risultati diversi, dovuti probabilmente all’utilizzo di metodologie di valutazione diverse), è possibile tracciare un intervallo dalla fonte proteica più impattante a quella meno impattante: carne bovina, carne cellulare, carne di pollame, insetti, proteine vegetali.

In generale, concludono gli autori, i dati attuali dimostrano che la carne coltivata potrebbe potenzialmente avere un impatto ambientale inferiore rispetto ai prodotti animali, e in particolare rispetto alla carne bovina, se il processo di produzione fosse ampliato in modo efficiente in termini di costi e se si utilizzassero fonti energetiche a basse emissioni.

I maggiori benefici della carne coltivata sono attribuiti a un utilizzo inferiore del territorio e a minori emissioni di gas serra. Tuttavia, poiché lo sviluppo della tecnologia della carne coltivata è nelle fasi iniziali, è improbabile che i prodotti siano ampiamente disponibili nel prossimo futuro. Pertanto, la carne coltivata dovrebbe essere considerata un’opzione possibile a lungo termine, ma non fornirà una soluzione alle attuali urgenti esigenze di intervento necessarie per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030.

Sinke e colleghi (2023) sostengono che, considerati i potenziali punti di forza della carne coltivata, le aziende che la producono dovrebbero investire in forti collaborazioni per ridurre l’impronta di carbonio in tutte le parti della catena di fornitura. È possibile, secondo gli autori, fissare e realizzare obiettivi climatici forti, conducendo continuamente valutazioni del ciclo di vita della carne coltivata per supportare il processo decisionale e guidare lo sviluppo tecnologico.

Nel frattempo, affermano Scherer e colleghi (2023), per un sistema alimentare più sostenibile è essenziale ridurre il consumo di carne prodotta in modo tradizionale.

I sostituti convenzionali della carne (come il tofu e i legumi) rappresentano già alternative più rispettose dell’ambiente. I sostituti emergenti (come la carne coltivata e gli analoghi della carne a base vegetale) hanno il potenziale per ridurre gli impatti facilitando al tempo stesso il cambiamento delle scelte dei consumatori (attraverso l’imitazione del sapore e della consistenza della carne tradizionale). Pertanto, una transizione alimentare sostenibile può trarre vantaggio da una duplice strategia: promuovere l’adozione di sostituti convenzionali della carne e affrontare le sfide dei sostituti emergenti.

 

Silvia  Venafro, Redazione Legambiente