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mancini fotoAl di là dello stop amministrativo dovuto alla caduta del Governo, continua in ecopolis il dibattito su riordino delle province e area metropolitana Venezia, Padova e Treviso. Iniziato due numeri fa con l’intervento di Sergio Lironi (leggi qui), abbiamo dato parola ai veneziani critici: prima Edoardo Salzano (leggi qui), oggi Oscar Mancini, di cui trovate -qui di seguito- uno stralcio del suo lungo intervento (testo integrale vedi qui).

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Nel testo unico sull’ordinamento degli Enti Locali (L. 142/90 ndr) si stabilisce che nelle aree indicate, e tra queste Venezia, “il comune capoluogo e gli altri comuni ad esso uniti da contiguità territoriale e da rapporti di stretta integrazione in ordine all’attività economica, ai servizi essenziali, ai caratteri ambientali, alle relazioni sociali e culturali possono costituirsi in città metropolitane ad ordinamento differenziato”. Il comune capoluogo per l’appunto, non due o tre comuni capoluogo! Non sembra dunque corrispondere a questo criterio l’idea di assorbire ben tre province nella città metropolitana di Venezia.

Possiamo accettare che a guidare un riassetto istituzionale siano solo ragioni di risparmio economico? Con la dilatazione territoriale a ben tre province non solo si smarrisce l’identità sociale e culturale ma, oltre una certa soglia, s’interrompe il rapporto democratico tra i cittadini e le istituzioni. Undici anni fa, di fronte alla stessa proposta, osservava giustamente Flavio Zanonato: “vorrà pur dire qualcosa l’esistenza di tre amministrazioni comunali, di tre diverse diocesi, di associazioni sindacali ed economiche divise per province..” Cos’è cambiato?  Basta un pasticciato e improvvisato decreto taglia province per rispondere a queste obiezioni? Potrà il prossimo governo porvi rimedio? Oppure dobbiamo per forza acconciarci alla logica della riduzione del danno di fronte alla logica autoritaria tipica della tecnocrazia?

Ciò non significa negare la necessità di una specifica pianificazione dell’area centrale del Veneto, quanto mai necessaria. Compito questo che spetterebbe alla Regione d’intesa con i Comuni e le Province. E’ forse l’assenza di una enorme città metropolitana che ha impedito la realizzazione del SFMR e l’auspicato collegamento di Padova, Treviso e Mestre con l’aeroporto Marco Polo? Di considerare l’interporto di Padova come il naturale retroterra del porto senza così prevedere il saccheggio di altre aree lagunari? Di realizzare l’idrovia? Di considerare il territorio della Riviera del Brenta con le sue ville un’area da tutelare?

Quello di cui soffre quest’area e l’intero Veneto è l’assenza di una buona pianificazione urbanistica e di una razionale programmazione economica da parte di una Regione impegnata invece a saccheggiare il territorio per favorire la rendita, a volte se non spesso, d’intesa con i Comuni come nel caso del cosiddetto “bilancere veneto”.

Credo allora che sia necessario distinguere tra il bisogno di programmazione dell’area centro-veneta e il governo della città metropolitana. Nel primo caso si tratta di realizzare “integrazioni funzionali” mentre nel secondo si tratta di costruire “un’istituzione forte” dotata di un Sindaco e di un Consiglio della città metropolitana eletti direttamente dai cittadini, se non si vuole svilire ulteriormente la democrazia. Venezia resti fedele alla propria unicità: una città estremamente complessa, segnata da una crisi profonda al cui interno coesistono realtà disparate, e spesso in conflitto. Città bipolare d’acqua e di terra, arcipelago urbano: ecco, qui sta la specificità di Venezia. Basti questa caratteristica per indicare Venezia come la città che, più di altre, ha bisogno di un governo metropolitano. Il Comune di Venezia è, infatti, sovradimensionato per l’esercizio delle funzioni ordinarie mentre è sottodimensionato per governare le dinamiche economiche. Di converso molti Comuni della Riviera e del Miranese hanno spesso la dimensione ottimale per gestire i servizi alla persona ma sono anch’essi troppo piccoli per governare un nuovo modello di sviluppo. Per queste ragioni va ripensato anche l’assetto del capoluogo potenziando le municipalità per giungere in un secondo tempo ad elevare le stesse a veri e propri Comuni metropolitani. In tal modo si rassicurerebbero anche i Comuni minori che temono di essere fagocitati dal Comune capoluogo. Gli stessi potrebbero fin d’ora costituire “unioni comunali” aderendo così all’idea di realizzare la “Città Metropolitana” in modo flessibile, cioè a “ordinamento differenziato” che favorirebbe un percorso processuale. Niente di nuovo se non fosse che dopo il “piccolo è bello” ora va di moda il “grande è bello” che però mal si concilia con l’esigenza di avvicinare i cittadini ai luoghi della decisione politica.

Proviamo a ragionare. Da oltre trent’anni è in corso nell’area veneziana un massiccio processo di redistribuzione della popolazione dal capoluogo ai comuni limitrofi. Se, da una parte, Venezia perde popolazione, resta comunque la sede delle principali strutture di servizio, oltre che il luogo in cui si localizza una parte rilevante dei posti di lavoro. Allo stesso tempo molti comuni minori, sempre più connessi all’economia regionale, aumentano la popolazione e le attività manifatturiere ricorrendo ad un sempre più ampio bacino del mercato del lavoro. Questo processo va governato con un’istituzione forte onde evitare che l’urbanizzazione generata dalla logica della rendita e dall’impresa postfordista, determini un ambiente urbano a marmellata sempre più privo di forma e memoria dei luoghi. Per contrastare lo sprawl urbano occorre progettare la metropoli policentrica, cioè con una qualità urbana diffusa, vivibile e bella in ogni sua parte.

Da qui nasce l’esigenza di un governo unitario dell’area metropolitana di Venezia. L’attuale Provincia va quindi sostituita da una Città metropolitana che riassuma in sé funzioni e caratteri oggi variamente distribuiti tra più amministrazioni. Non, dunque, una Provincia ritoccata, ma un soggetto davvero nuovo. Il suo ambito, a mio parere, deve comprendere i territori del “sistema lagunare” sotto il profilo geomorfologico e quelli del “sistema giornaliero”, sotto il profilo dell’integrazione socioeconomica. Sbaglieremmo a considerarla riduttiva rispetto alla Patreve, la grande “città centro-veneta”, un’area che richiede una specifica pianificazione ed un esercizio coordinato di funzioni che possono essere però conseguiti con altri strumenti. Secondo tutti gli indicatori internazionali le città sono realmente “grandi” per la maggiore importanza del loro ruolo, per la varietà delle loro funzioni, per l’ampiezza della loro influenza sul territorio. Venezia ha tutte le potenzialità per essere una “grande” città metropolitana.

Perché appassionarsi a questo tema? Il territorio – spiega Foucault – prima ancora di essere una nozione geografica, è una nozione giuridico politica e precisamente quel che è controllato da un certo tipo di potere; e se i poteri pubblici sono deboli e frammentati, il territorio è soggetto alle sole regole del mercato e dei poteri forti. Non è quello che noi auspichiamo.

Oscar Mancini. Riassunto a cura della Redazione di Ecopolis

Per leggere il testo completo, clicca qui

One Response to “PaTreVe non è la soluzione”

  1. Carlo Crotti scrive:

    In un mio precedente intervento a commento a cosa scriveva l’arch. Salzano nel precedente numero di Ecopolis, ho esposto un ragionamento al quale nessuno finora ha dato replica.
    Se permette glielo ripropongo, invitandola ad andare a un’altra pagina di questo sito:

    http://ecopolis.legambientepadova.it/?p=936#comment-215

    Colgo anche l’occasione per riproporle un altro mio pezzo, sempre pubblicato su Ecopolis :
    http://ecopolis.legambientepadova.it/?p=800

    Distinti saluti
    C. Crotti

    ASS. “SALVAGUARDIA IDRAULICA DEL TERRITORIO PADOVANO E VENEZIANO”
    IV° Strada n°3 Zona Ind. 35129 Padova tel 347 8665730 http://www.idroviapadovamare.org

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