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PENTAX ImageCi risiamo con le mega mostre al Salone e, questa volta, in occasione dell’edizione 2014 della Biennale di Architettura, si tratta della mostra dedicata a Renzo Piano, “archistar” riconosciuta a livello mondiale e meritatamente. Pur non condividendo che si declassi per l’ennesima volta il Salone al ruolo di mero contenitore, ma conoscendo la sensibilità di Piano, dimostrata in più occasioni, ci aspettavamo un intervento intelligente e rispettoso, che sapesse colloquiare con lo spazio e gli affreschi.

Grande quindi è stata la nostra delusione nello scoprire un allestimento tanto banale nella sua presunzione di “sorprendere” il visitatore quanto invasivo, fino all’insolenza, nei confronti dello spazio architettonico medievale e della leggibilità del grande ciclo affrescato. Come se non bastasse, a causa dei lavori di allestimento la visita del Salone è stata preclusa dal 17 febbraio al 23 marzo. Per più di un mese uno degli edifici più importanti della città è stato sottratto non tanto ai padovani, cui forse la cosa non interessa più di tanto (purtroppo) , ma soprattutto ai tanti turisti, tra cui molti stranieri, che sono stati respinti acentinaia, con comprensibile disappunto. Se proprio non si vuole rinunciare all’idea di continuare con le mostre al Salone, il minimo che l’Amministrazione deve pretendere dagli allestitori è il rispetto integrale del monumento, con l’imposizione di tempi minimi per l’allestimento, realizzabile solo con l’assemblaggio di elementi completamente prefabbricati, per evitare anche inutili e pericolosi stress “dacantiere” ad un così venerabile e fragile edificio storico.

Consideriamo la Biennale di Architettura Barbara Capocchin un’operazione culturale di tutto rispetto e fra le cose più interessanti che offre il panorama culturale padovano, ma siamo sempre più convinti che per tutte le mostre, in particolare quelle di architettura, l’Agorà di San Gaetano sia lo spazio più adatto. Purtroppo evidentemente le “archistar”, al netto di una certa prosopopea, non si fidano del valore intrinseco di ciò che mettono in mostra e hanno bisogno del “valore aggiunto” e del traino di luoghi ricchi di “aura”, come appunto il salone, vampirizzandolo.

 Maria Letizia Panajotti, Presidente Italia Nostra Onlus

Molto dubbiosi rispetto alla tesi presentata nell’articolo, in redazione abbiamo deciso di pubblicarlo chiedendo subito un commento a Sergio Lironi:

“Per parte mia, non reputandomi un esperto di restauro, osservo solo che l’allestimento di Renzo Piano, che conserva la visibilità unitaria dello spazio interno al Salone, mi è sembrato molto meno impattante e decisamente più rispettoso del luogo di larga parte delle mostre organizzate in precedenza, che frazionavano lo spazio con grandi pannelli di dubbio gusto estetico.

Premesso che le modalità di conservazione dei beni storico culturali devono sempre rispondere ad una pluralità di valori ed istanze spesso tra loro confliggenti, e che quindi di volta in volta va individuata la soluzione di compromesso più appropriata, per quanto riguarda il Palazzo della Ragione la mia battuta contro l’ipotesi di una “museificazione” deriva da una interessante osservazione di Alois Riegl, che nel suo saggio dedicato a “Il culto moderno dei monumenti” scrive: «Aspiriamo a considerare e godere unicamente in base al valore dell’antico e indipendentemente dal valore d’uso soltanto le opere inutilizzabili, mentre restiamo più o meno contrariati e turbati se quelle in uso vengono private di un valore contemporaneo peculiare… il valore dell’antico deve volgersi, con ancora maggior vigore del valore storico, contro la separazione di un monumento dal suo contesto organico e contro il suo isolamento in un museo, sebbene in tal modo gli sarebbe risparmiata la necessità di un restauro».

Mi auguro che ciò possa essere di stimolo per un dibattito costruttivo sul tema da parte di chi opera nel settore.

 Sergio Lironi, Presidente Onorario Legambiente Padova

Sintesi a cura di Marco Perini, redazione di Ecopolis

One Response to “Renzo Piano al Palazzo della Ragione: è giusto?”

  1. Lain Enrico scrive:

    Mi sono occupato del concetto europeo di ‘monumento’ nella mia tesi di dottorato di ricerca, mettendolo a confronto con quello di ‘forma’ (sintesi e rappresentazione di una volontà estetica) e di ‘immaginario’ (pulsione verso il tempo futuro). Certamente non possiamo ignorare quanto il concetto di monumento sia mutato (attraverso tappe storicizzate, dal gran contributo di Sert, Leger e Giedion nei loro Nine Points del 1943, la spinta pop del postmodern e il gigantismo che ne è derivato, fino allo scontro ideal-tipico tra monumento-storico e monumentalità compositiva). Tuttavia credo che il suo DNA filologico (il denkmal tedesco e il mementum latino) sia rimasto essenzialmente lo stesso: il monumento ‘mette in guardia’ (dal latino ‘monere’) e al contempo è legato alla coscienza civile di una comunità. Iperbolicamente potremmo dire che il monumento è potenzialmente l’elemento più dinamico e urbano dell’architettura, segna le discontinuità storiche, i conflitti registrati dal tessuto urbano. Per tale ragione Aldo Rossi si affannò a segnarlo tra i fatti primari: come le radici contengono la vitalità di una pianta così i monumenti contengono l’energia civica dell’urbano. Purtroppo abbiamo forse frainteso la vitalità di queste ‘invarianti’ nella ‘parole’ urbana, dandone (anche Costituzionalmente) una lettura sintetica e museale, scivolando al contempo nell’idea che la cultura non sia dinamica (al pari del linguaggio, che ne dà rappresentazione) ma staticamente memoriale. Ecco che leggiamo la rifunzionalizzazione (anche effimera) del monumento come ‘vampirizzazione’ (è un termine di uso comune che chiarisce perfettamente l’idea di ‘valore’ per la pubblica opinione). Tuttavia, in tal senso, neghiamo al contempo il nostro essere civiltà attiva, in grado di rinverdire la dinamica genetica del monumento di cui la filologia è testimone. Preferiamo forse concedere alle ‘archistar’ di costruire nuovi monumenti (dal Guggenheim di Ghery in poi è diventato un trend mondiale), accettando di buon grado l’iperbole della monumentalità delle forme (usata indifferentemente per musei, uffici, residenze, centri commerciali), preferendo adoperarci come guardiani dei monumenti storici, per i quali l’opinione comune è votata all’uso di metafore ecologiche come ‘salvaguardia’, ‘tutela’, ‘rispetto’…
    Eppure gli ecosistemi sottendono un equilibrio dinamico, fragile ma attivo, accettano il rischio derivante dai propri tentativi, le proprie pulsioni vitali. Compiono errori, soverchie, mettendo in campo una lotta intestina che può sfociare nel predominio o nella collaborazione attiva.
    Dunque se intendiamo affrontare il tema (tutto europeo) della rifunzionalizzazione delle città (per la quale il nostro territorio nazionale mostra già best practice che rinverdiscono un’idea di tutela attiva dell’esistente) dobbiamo esser consapevoli del fatto che essa passa attraverso le forche caudine di un upgrade sociale, economico e culturale. I paradigmi duali e oppositivi non stanno funzionando, per cui si impone di ragionare insieme (e trasversalmente) su come ‘generare nuovo valore e nuovi valori collettivi’. Perché il valore è come la bellezza, col tempo sfiorisce. E se muore nulla avrà più significato. Ce lo ricorda Mumford, parlando della necropoli.

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