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4527366_0Gli anni ’80 non sono stati quel decennio di glamour e disimpegno che siamo abituati a ricordare. Anche la definizione di “anni del riflusso” è troppo semplicistica per descrivere la complessa evoluzione della realtà italiana. Piuttosto, in quegli anni, arriva a compiersi il processo in cui gli ideali di impegno civile e solidarietà che avevano caratterizzato il secondo dopoguerra vengono rimpiazzati dal cosiddetto “rampantismo d’ accatto”. La produzione culturale subisce una notevole trasformazione: si passa dall’ attenta e sofferta critica del reale ad una produzione artistica fine a sé stessa, autoreferenziale, sterile scopiazzamento di tendenze nate fuori dal nostro paese.

La diretta televisiva della tragedia di Vermicino, cui alcuni fanno risalire l’ inizio della cosiddetta “tv del dolore”, e la nascita delle tv private, hanno modificato l’ immaginario ed il panorama culturale italiano. Da allora l’ Italia ha vissuto in una realtà fittizia. Il paese è stato stretto nel conflitto generazionale tra i “vecchi”, i quali avevano vissuto la ricostruzione del secondo dopoguerra e il successivo boom economico, ed i “giovani”, che di quei drammi e di quegli slanci non sapevano nulla. Emblematica in questo senso è la figura di Antonio Ricci, autore di “Drive In” e “Striscia la Notizia” (programmi tv simbolo del cosiddetto “velinismo”), il quale nel 1968 aveva 18 anni e partecipava alla contestazione.

Negli anni ’80 appaiono i film sullo yuppismo con Jerry Calà, Ezio Greggio, etc. I protagonisti dei film appartenenti a questo filone venerano il mito di Gianni Agnelli, il ricco industriale che non si è fatto da solo, ma che ha ereditato l’ impresa di famiglia. Questo è il genere di successo cui gli italiani hanno iniziato ad ispirarsi, un successo che «presuppone la rendita, e non il costruire da sé la propria carriera» (pag. 45).

Ma in che modo allora la riflessione cultuale ci potrà permettere di uscire da questo stato di cose? Innanzitutto la produzione artisico-culturale deve tornare a fare i conti con la realtà, ripartire dall’ analisi delle zone d’ ombra del nostro paese. Bisogna ripartire da strumenti espressivi “antichi” (appartenenti in particolare al realismo e neo-realismo), i quali, se usati in maniera anti-nostalgica, rappresentano il miglior modo per accedere al futuro. In secondo luogo è necessario uscire dall’ attuale impostazione del dibattito sulla cultura.

Al momento il dibattito è strutturato in due fazioni: c’è chi ritiene che in momenti di crisi la cultura debba rimanere in secondo piano, poiché con essa “non si mangia”; e c’è chi sostiene l’ esatto opposto, cioè che con la cultura “si mangia”. Il problema di questa impostazione è che si concentra su un punto che non dovrebbe essere assolutamente il nodo centrale del dibattito. La cultura ha come obiettivo la riflessione, la conoscenza, non certo il profitto.

La rivoluzione deve essere quindi prima di tutto culturale, «l’unico valido antidoto all’ ideologia del presente perpetuo, che annulla le dimensioni della storia e della prefigurazione e il cui solo, potente messaggio è: “tutto è sempre stato così, e tutto sarà sempre così”. Con il suo desolante corollario: “per quanti sforzi facciate, non potrete cambiare nulla”» (pag. 202).

L’ autore dell’ opera, Christian Caliandro, è storico dell’arte contemporanea, studioso di Cultural Studies ed esperto di politiche culturali. Insegna “Media e narrative urbane” presso l’Università IULM di Milano. Ha pubblicato La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-1983 (2008) e, con Pier Luigi Sacco, Italia Reloaded, Ripartire con la cultura (2011). Sulla rivista di arte contemporanea “Artribune” cura le rubriche Inpratica e Cinema. Collabora con “alfabeta2”, “minima&moralia” e “doppiozero”.

Italia Revolution, rinascere con la cultura è edito da Bompiani per la collana “Agone”.

Davide Gobbo – redazione di ecopolis

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