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pianetaI limiti biofisici del pianeta e quali le basi della sostenibilità. Partono da questi concetti chiave dell’ambientalismo scientifico le schede di Lucio Passi tratte dal suo recentissimo libro “Enzo Tiezzi, Verso il nuovo ambientalismo”, La Biblioteca del Cigno – Editoria & Ambiente. Il libro lo abbiamo recensito la scorsa settimana (vedi qui), ora, e per quattro settimane, l’autore ci proporrà in pillole alcuni concetti chiave fondamentali per un approccio critico e non dogmatico, ai problemi ambientali globali.

Già nel lontano 1984 Enzo Tiezzi ci avvisava “che ogni minuto 21 ettari di foreste scompaiono nel mondo per l’intervento dell’uomo: in un anno 11 milioni e mezzo di ettari di verde vengono definitivamente persi”. Con questo ritmo di distruzione le foreste tropicali scomparirebbero completamente nel breve termine di una vita umana con effetti gravissimi sugli equilibri dell’atmosfera e del clima.

“Nel frattempo la popolazione continua a crescere a ritmi vertiginosi: 300 milioni di abitanti sulla terra ai tempi di Gesù Cristo, 600 milioni nel 1500, un altro raddoppio (da 600 a 1200) dal 1500 al 1800; 2 miliardi e mezzo nel 1950 e un altro raddoppio in soli 30 anni, da 2,5 miliardi ai 5 miliardi negli anni ’80.” Ciò significa che il pianeta sta subendo una pressione folle in tempi biologici brevissimi. Un possibile difficile calcolo potrebbe essere il seguente: quante foreste, quante foglie, quanta superficie verde sono necessarie per permettere la vita ai 7 miliardi di persone che oggi abitano il Pianeta. Del resto è evidente che la pressione demografica è responsabile della scomparsa delle foreste: stanno saltando, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli equilibri di base che hanno permesso la nascita e l’evoluzione della vita sulla terra.

Terzo limite: stiamo immettendo nel Pianeta una tale quantità di elementi inquinanti da produrre la distruzione di interi ecosistemi, e l’abbattimento della carrying capacity di territori se non dell’intera Terra. La carrying capacity – infatti – è il carico massimo di popolazione umana o non umana che un ambiente può sopportare, è la capacità di portare, di sostenere la popolazione e tutte le altre forme viventi (vegetali e animali) di cui l’uomo e la natura hanno bisogno per sopravvivere. Questa è la base della sostenibilità.

Il nocciolo del problema è che, a partire dalla rivoluzione industriale abbiamo intaccato i grandi cicli biologici dell’ecosistema, a partire da quello, fondamentale, del carbonio. L’analisi di carote di ghiaccio, a 1500 metri di profondità in Antartide ha dimostrato che la concentrazione d’anidride carbonica nell’atmosfera prima della rivoluzione industriale era di 260 parti per milione (ppm). Nell’arco di cento anni questa concentrazione è salita a circa 360 ppm, ed oggi siamo a quasi 400 ppm: un aumento fortissimo in un tempo infinitesimo nella scala dei tempi biologici, dovuto all’uso dei combustibili fossili. Questo aumento provoca, tramite il cosiddetto “effetto serra”, un incremento della temperatura globale e quei cambiamenti climatici che solo da pochi anni sono riconosciuti dalla comunità internazionale.

La regolarità dei vari cicli biologici, la vita di ogni singolo organismo, dal più piccolo al più grande, sono parte di più ampi processi che coinvolgono la vita di tutta la terra. L’attività biologica è un’attività planetaria.

La semplificazione delle varie componenti dell’ecosistema Terra, la perdita della complessità biologica, la rottura dei cicli ecologici, stanno mettendo globalmente in discussione la futura esistenza della vita sul Pianeta così come la conosciamo.

Nella prossima puntata: “Entropia”.

Lucio Passi – portavoce Legambiente Padova

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