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dal molin_vicenza_parco paceDiventerà una nuova Tempelhof? La presenza di Andreas Kipar, paesaggista tedesco con base a Milano, a cui si deve il progetto di trasformazione in parco urbano dell’ex aeroporto cittadino berlinese, che già da tempo lavora sul progetto preliminare degli 11.000 metri quadrati del Parco della Pace a Vicenza, e il ruolo dell’area nel corso degli ultimi 80 anni di storia vicentina – aeroporto militare, poi civile, ora in parte base militare americana – induce a queste suggestioni.

Sappiamo che la nuova caserma è stata inaugurata lo scorso 3 luglio; in essa verranno ospitato vari reparti militari dell’esercito statunitense, per un totale, sommati ai militari di stanza presso la storica caserma Ederle, nella zona est della città, di 5.000 persone.

Gli accordi tra stato italiano e USA hanno imposto la presenza della base: la contestazione è stata molto dura, ma non ha potuto fermare del tutto gli accordi nazionali. Delle considerazioni di natura urbanistica (qual è la reale autorità dell’urbanistica, intesa come disciplina deputata a studiare la progettazione, la trasformazione e il funzionamento degli spazi urbani) e di quelle di natura architettonica (un malinteso gusto palladiano che porta i progettisti, americani, a disegnare edifici che non rappresentano né la natura della vicentinità contemporanea, né quella di un organismo forte e gerarchizzato come quello militare) ormai rimangono parole. La base c’è.

Acquistano un sapore diverso, ora, le parole di Olol Jackson (comitato No Dal Molin), che già 3 anni fa parlava comunque di una vittoria, nell’aver limitato la presenza della base all’area circoscritta, nell’aver creato la possibilità di recuperare un’area verde da destinare a Parco cittadino: almeno in questo, l’opposizione dal basso ha parato il colpo, riuscendo a trasmettere il concetto che la presenza della cittadinanza ha un senso, che il contrasto funziona.

Contestata per le implicazioni legate alla sovranità territoriale, la nuova caserma lo è anche per le ricadute sul sistema idrogeologico locale. Secondo Lorenzo Altissimo, direttore del Centro Idrico di Novoledo (nel comune di Villaverla, a pochi chilometri da Vicenza), incaricato di verificare se la nuova base potesse avere impatti negativi sul territorio, la nuova costruzione ha alterato in maniera pesantissima lo stato esistente del deflusso meteorico. Questo sulla base di due constatazioni: la prima riguarda la quantità delle fondazioni realizzate (una palificata di 3.800 elementi, contro i 1.000 previsti inizialmente, che ha alterato notevolmente lo stato del sottosuolo), la seconda la sovrapposizione di un nuovo sistema di drenaggio sul preesistente. Quest’ultimo, risalente al 1929, è stato scollegato da quello realizzato dagli americani, il che ha comportato la trasformazione dell’area del futuro parco in una sorta di acquitrino, pieno di laghetti inagibili.

I tempi per il progetto preliminare del Parco della Pace saranno per forza di cose strettissimi, condizionati dalla norma sulla spending review che prevede che i fondi statali possano essere ritirati se nel giro di 2 anni dal loro stanziamento non sia arrivati almeno all’impegno di spesa. Sono recenti gli incontri di Kipar con l’amministrazione, occasione di scambio delle riflessioni svolte dal gruppo di lavoro locale (comprendente rappresentanti delle associazioni e dai gruppi portatori di interessi) sul tipo di funzioni e di strutture che il parco potrebbe avere.

Il progetto, come anticipa lo stesso Kipar, si prefigura come una “Riconquista dello spazio”, concetto ispiratore dei ragionamenti sull’area. Un “vuoto” che si contrappone al pieno della base, spazi separati da una divisione netta, un taglio, che nei disegni diventa una fascia acquea. Lo spazio periferico, anche se dista solo 2,5 km dal centro di Vicenza, deve essere quindi prima di tutto scoperto dai suoi abitanti e poi connesso fisicamente alla città storica e ai comuni limitrofi attraverso piste ciclabili e percorsi preferenziali. Vi può stare un circuito, un percorso che parte dal Duomo e tocca i principali palazzi storici fino ad arrivare al nuovo parco, ritornando poi dal lato del fiume Bacchiglione, che costeggia l’area; un percorso di 7 km, una nuova passeggiata urbana e un’alternativa agli itinerari consolidati. Il parco, nelle intenzioni, può diventare anche occasione per la riqualificazione dell’intero quadrante nord-ovest di Vicenza. Esportare natura all’esterno e importare cultura all’interno, queste le intenzioni che dovrebbero fare di questa parte di Vicenza un autentico laboratorio sul paesaggio.

Julian W. Adda

 

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