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spaesatiFuturo e rovine sembrano termini incongrui. Eppure il racconto dell’Italia caduta ai margini e spaesata (dalle baite alpine del nord-ovest un tempo teatro della guerra partigiana, alle cascine della Bassa ora riabitate da Indiani fino ai borghi irpini, abruzzesi del post terremoto e alla Calabria dei tanti paesi abbandonati) suggerisce un vocabolario inatteso che ci attrezza al futuro impervio dei nostri giorni: la tenacia del fragile, la speranza nella memoria, il senso (così concreto in montagna) del limite troppo spesso varcato.

L’itinerario della Tarpino dalle Alpi scende alle grandi cascine della pianura attorno al Po, scenari delle lotte contadine del dopoguerra e, ora, luogo di vita e di lavoro degli immigrati indiani che, utilizzando le più sofisticate tecnologie installate nelle stalle, sostituiscono, nell’accudimento delle mucche, i mungitori e i lavoranti agricoli che facevano da sfondo alla narrazione cinematografica di Novecento, il film di Bertolucci girato proprio in questi luoghi.

Il percorso di Antonella Tarpino prosegue quindi attraverso quella spina dorsale della penisola rappresentata dall’Appennino, fragile e ballerino compagno della vicenda italiana, presenza con cui talvolta è così doloroso, faticoso e tuttavia imprescindibile imparare a convivere. Vi sono dunque, in Spaesati, le pagine dedicate al centro dell’Aquila distrutto dal recente terremoto e l’incontro con i “carriolanti” che, contro l’inazione dello Stato e dei commissari straordinari nominati dal governo Berlusconi, portano via le macerie, come azione emblematica di rivendicazione di un urgente recupero del centro storico della città e della vita comune che vi deve rifiorire.

Altre tappe, sempre intense, oltre a quella al monumento ai martiri delle Ardeatine posta a conclusione del libro, conducono nell’Irpinia messa in ginocchio dal terremoto del 1980 e rimessa in piedi da una ricostruzione dissennata, priva di saggezza urbanistica e di meditato rispetto delle rovine che costellavano il territorio. Questo, come sanno i lettori dei numerosi libri del paesologo Franco Arminio, ha significato per intere comunità sperimentare uno stare in piedi stralunato, senza baricentro, come se il terremoto si fosse trasferito nell’anima dei sopravvissuti. Il viaggio di Spaesati raggiunge infine la Calabria, quella dei paesi abbandonati, più volte narrata con lucida partecipazione dall’antropologo Vito Teti. Sono le località inerpicate dove di tanto in tanto si sta sperimentando l’accoglienza, quanto mai difficile da radicare davvero, dei profughi sbarcati sulle coste.

Quella di Spaesati è una rete robusta e ideologicamente ben connotata, contiene luoghi-momenti rilevanti e prevedibili: la Resistenza, le grandi lotte del mondo contadino, il terremoto e la ricostruzione delle comunità.

tratto da un articolo di Giorgio Boatti,

per l’articolo integrale clicca qui

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