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1222081427_M_122208_flood4Pochi lo sanno, ma per gli studiosi di energia il mese di maggio del 2013 verrà ricordato con un dato record: il quel maggio piovoso, freddo e anomalo, il nostro paese ha prodotto quasi il 44% della sua energia elettrica da fonti rinnovabili. Quasi il 50% di quello che hanno consumato le nostre aziende, le nostre case e i nostri uffici è stato prodotto, cioè,  dal sole, dalla terra, dal vento, dai fiumi. Un dato del genere, solo pochi anni fa, sarebbe suonato come semplicemente irrealistico, figlio forse di qualche delirio ambientalista.

E invece sono dati ufficiali. Così come ufficiale è che per alcune lunghe ore di domenica 16 Giugno, il nostro paese ha funzionato esclusivamente consumando energia elettrica da fonti rinnovabili ed il prezzo dell’energia elettrica nella borsa si è azzerato: siamo cioè in una situazione per la quale, già oggi, nelle domeniche di autunno e di primavera potremmo sostanzialmente mandare avanti la baracca solo con fonti pulite, la cui offerta in quei giorni supera la domanda tanto da fare scendere a zero il costo. L’avete sentito in qualche telegiornale? No, scommetto di no.

Tutto bene dunque? No. Non va tutto bene. In primo luogo perché di queste diminuzioni di costo nulla vedono gli italiani in bolletta, e in secondo luogo perché, proprio nelle settimane mentre succedono questi concreti, prosaici e molto economici miracoli, il Ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato è tornato sul tema della trasformazione a carbone della centrale di Porto Tolle, dichiarando un suo impegno per far sì che Enel si ricreda e torni a scommetterci.

In poche settimane il ministro ha mandato i segnali politici che più gli premevano: la prima azienda manifatturiera che ha visitato è stata una fonderia. La prima energia che ha citato: il nucleare. La prima centrale che cercherà di spingere: la centrale a carbone a Porto Tolle. Zanonato, insomma, ha rassicurato chi di dovere e ha messo in chiaro la sua idea di green economy entrando da protagonista assoluto nel 20° secolo.

Fin qui, purtroppo, siamo nei binari del previsto. Dormiamo sonni relativamente tranquilli per Porto Tolle perché difficilmente ENEL si ributterà in quest’avventura antieconomica, inutile e soprattutto antistorica e cercherà piuttosto di portare a casa qualche ammortizzatore sociale e dei soldi per smaltire il colosso abbandonato in mezzo al delta del Po.

Ma c’è un’altra storia da raccontare: in Veneto, in questi anni, abbiamo installato centinaia di MW di potenza elettrica rinnovabile: fotovoltaico, biogas, biomasse ed idroelettrico rappresentano ormai la maggior parte del parco elettrico della nostra regione.

E’ arrivato il momento quindi, non solo di smantellare la vecchia centrale di Porto Tolle e farne un ricordo della paleo-industrializzazione, ma anche di cominciare a riconvertire l’altro grande impianto a carbone della nostra regione: la centrale ENEL Alessandro Volta di Fusina che da sola inquina molto più di tutte le centrali a biogas o a biomasse presenti e future della regione.

Quella centrale, composta da due gruppi elettrogeni da 160 MW ciascuno, emette mediamente 4,3 milioni di tonnellate di CO2 nell’aria, ogni anno, seconda in questo solo alla centrale di Brindisi Sud ed a quella di Civitavecchia. Giova ricordare che al nostro paese, che possiede il più moderno parco di centrali a metano d’Europa, tutto questo carbone non serve, perché:

- peggiora la dipendenza energetica del nostro Paese dall’estero, visto che importiamo più del 99% del carbone utilizzato nelle centrali elettriche italiane;

- non abbasserà la bolletta energetica del Paese, visto che i potenziali risparmi nell’acquisto del combustibile che è arrivato oggi a coprire quasi il 40% della produzione elettrica italiana in pochi anno. sono soprattutto i bilanci delle aziende energetiche e nulla arriva alle bollette degli italiani;

- peserà alla fine sulle casse dello Stato che dovrà pagare le multe per mancato raggiungimento degli obiettivi della direttiva del cosiddetto pacchetto clima 20-20-20 ovvero quella che ci obbliga a diminuire le emissioni di CO2 del 20% al 2020.

I combustibili fossili ricevono dalle bollette italiane incentivi molto superiori a quelli versati per le energie rinnovabili: il taglio delle bollette, infatti, si può fare e si può partire proprio da qui.

Per chiedere una sterzata verso il buon senso e per un futuro fatto di investimenti e posti di lavoro in ricerca e sviluppo e manifattura delle energie rinnovabili sabato 29 Giugno Legambiente, Greenpeace, WWF, Terra Onlus e Ya Basta saranno protagoniste di un happening in centro a Padova che si concluderà con una foto flash mob in Prato della Valle, con centinaia di persone vestite di nero, a simboleggiare che il carbone è un buco nero nel nostro futuro.

L’appuntamento, per tutti, è in Prato della Valle alle ore 12,00 all’angolo con corso Umberto I. E chissà che il messaggio arrivi forte e chiaro anche alle orecchie dei palazzi romani, non più così distanti come prima.

Davide Sabbadin e Devis Casetta – Legambiente Padova

5 Responses to “Centrali a carbone in Veneto? Solo Zanonato ci crede”

  1. Davide Galati scrive:

    Scusate, con riferimento a questo bel dato “il nostro paese ha prodotto quasi il 44% della sua energia elettrica da fonti rinnovabili. ” potreste cortesemente rendere disponibile la fonte? Mi piacerebbe approfondire un po’ , sono notizie che danno piacere però vorrei capirne di più.
    Grazie

  2. Danilo Franceschin scrive:

    Mi chiedo e vi chiedo: ma a fare i ministri non dovrebbero essere chiamati i migliori?

  3. davide scrive:

    (l’analisi è di qualenergia.it su dati terna)

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