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Si conclude in questi giorni la nuova edizione del progetto Porta-Bici di Legambiente Padova, realizzato con il contributo del Comune di Padova – Assessorato al Sociale e la collaborazione di ReFuture e La Mente comune. Quest’anno lo raccontiamo dando parola a una delle associazioni che ha collaborato al progetto, Beati i costruttori di pace: il fondatore Don Albino ci racconta storia e progetti di una delle più interessanti esperienze della nostra città.

Il progetto ha coinvolto cittadini, associazioni e cooperative, nella raccolta e riparazione di vecchie biciclette messe poi a disposizione di persone in situazioni di difficoltà economica. È stato inoltre l’occasione per realizzare dei corsi di ciclomeccanica rivolti sia ad adulti, sia a ragazzi dei Centri di Aggregazione Territoriale del Comune di Padova, che hanno potuto così acquisire competenze vivendo da protagonisti un’esperienza a servizio della comunità.

Oggi Beati i costruttori di pace hanno superato i 35 anni di attività: da dove nasce questa esperienza?

Beati i costruttori di pace nacquero in seguito alla crisi vissuta dai comitati dopo la sconfitta della lotta contro l’installazione dei missili a Comiso; nonostante la grande mobilitazione che arrivò fino ad azioni dirette nonviolente all’aeroporto Magliocco in Veneto, il Parlamento italiano si schierò a favore dei missili, mentre il Partito Comunista per motivi di politica estera non forzò con l’opposizione. Rientrato, dopo l’ultimo digiuno dal 6 al 9 agosto 1985 in piazza a Comiso, decisi  di incontrare alcune personalità del mondo cattolico, come Padre Alessandro Zanotelli e alcuni missionari rientrati dall’America Latina quali Don Mario Costalunga, Don Giulio Girardello e Don Giulio Battistella, per collegare la sensibilità di molti cattolici con il complessivo movimento per la pace.

Fu da questi incontri che prese vita nel 1985 l’appello Beati i costruttori di pace, un testo che esce dalla contrapposizione Est/Ovest per mettere a fuoco lo squilibro tra Nord e Sud del mondo, con una serie di proposte pratiche su obiezione di coscienza, disarmo, ambiente, stili di vita, temi che costituivano anche l’impegno dei vari comitati per la pace. L’appello venne diffuso nel Triveneto, raccogliendo subito moltissime firme da parte di religiosi (suore e preti) come anche da laici, cogliendo l’esigenza anche nel mondo ecclesiale il desiderio di un forte impegno per la pace.

Così, a partire dal 4 ottobre 1986 fino al 1993 (l’anno dello slogan Quando l’economia uccide, bisogna cambiare) si svolsero i grandi raduni annuali del neonato movimento Beati i costruttori di pace nell’Arena di Verona, con gli obiettivi per la pace a livello locale e le testimonianze di grandi personalità da tutto il mondo.

Nello stesso periodo a Longare (VI), allora deposito di armi nucleari, nacquero i digiuni annuali dal 6 al 9 agosto [anniversario delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, ndr] e l’impegno specifico contro gli ordini nucleari; nel digiuno nel 1992, sempre a Longare, è nata l’idea di entrare disarmati dentro l’assedio di Sarajevo.

Siamo così arrivati al conflitto in ex-Jugoslavia: quali sono le forme di aiuto e di intervento che portate avanti come Beati?

Il 12 dicembre 1992 riuscimmo a entrare disarmati nella Sarajevo assediata: fu la conclusione della marcia dei 500 organizzata in gruppi di affinità (in collaborazione con la Rete nonviolenta) per permettere a ognuno di fermarsi quando avesse voluto, perché alla paura non si comanda.

All’interno del movimento pacifista non mancarono opposizioni a questa forma di mobilitazione – ad esempio Alex Langer (di cui abbiamo parlato qui) era contrario, perché voleva evitare incidenti che facessero retrocedere tutte le conquiste del movimento nonviolento – ma prendemmo la decisione di portarla avanti, perché la nonviolenza se vuole essere un metodo universale deve potersi esprimere in tutte le situazioni, anche quelle più violente come la guerra. E da quel momento iniziò la presenza di attivisti che facevano da tramite per la posta e altre necessità con la popolazione assediata di Sarajevo.

Nell’agosto del 1993 ci attivammo nella mobilitazione internazionale Mir Sada (“Pace ora”) per provare a entrare un anno dopo nella Sarajevo ancora assediata, ma fu un insuccesso; ad ottobre 1993 portammo invece avanti azioni nonviolente nella città di Mostar e ancora a Sarajevo: nel primo caso il nostro tentativo di attraversare lo Stari Most (il Ponte vecchio) per raggiungere la parte musulmana della città fu bloccato dagli stessi Musulmani, nella capitale l’azione finì in tragedia, con l’uccisione di Gabriele Moreno Locatelli (la cui storia abbiamo raccontato qui). 

Infine, nel 1995 partecipammo al Treno della Pace che da Ancona, passando per Bologna Venezia Milano arrivò a Ginevra per chiedere trattative di pace con i vertici dei rappresentanti dell’ONU.

Con gli Accordi di pace di Dayton nel 1995 come prosegue il vostro impegno?

A guerra conclusa il nostro impegno fu finalizzato ad ottenere al più presto la ripresa economica e ad interrompere la catena della vendetta grazie all’animazione e grazie al coinvolgimento dei bambini che permettono di superare i rancori più velocemente rispetto agli adulti; e quando nel 1999 scoppiò la guerra in Kosovo partecipammo alla manifestazione che entrò dentro Pristina [capitale del Kosovo, ndr].

E negli anni Duemila?

Dal 2000 ci siamo impegnati contro gli armamenti atomici e il disarmo, con le iniziative Pace in bici (ogni anno, da 6 al 9 agosto) e collaborando con l’associazione Sindaci per la pace, il cui presidente è il primo cittadino di Hiroshima.

Sono gli stessi anni in cui siamo i primi a mettere al centro dei nostri discorsi e ragionamenti il tema della tutela dell’ambiente, organizzando varie iniziative sul territorio con i comitati che lavorano su obiettivi concreti: perché la Terra, il nostro Pianeta viene infatti prima di tutto, ne va della sopravvivenza del genere umano.

Infine, dal 2008 ad oggi, insieme alla rete di associazioni A Braccia Aperte che abbiamo contributo a creare, abbiamo portato avanti la Cena gratuita per tutti nelle piazze di Padova.

Quali sono i progetti che portate avanti oggi?

Sempre dal 2008 portiamo avanti al progetto La borsa della spesa, con cui raccogliamo il cibo in sostegno di persone in difficoltà: un impegno notevole che portiamo avanti tutti i giorni ma che grazie al nostro vivere ai margini ci ha portato a coinvolgere 2000 famiglie. Anche se sappiano bene che è un servizio che non risolve la questione alla radice, è qualcosa che va fatto: perché se qualcuno ha fame bisogna dargli subito da mangiare e trovargli un lavoro, mentre si cercano soluzioni politiche più ampie.

L’ultimo progetto a cui insieme ad altre realtà abbiamo collaborato è Porta-Bici di Legambiente Padova, trovando alcune uomini e donne che avevano bisogno di una bici per andare al lavoro.

Intervista a cura di Luca Cirese – redazione ecopolis

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