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Venerdì 15 marzo, mentre partecipavamo a Padova allo Sciopero globale indetto dai Fridays for Future, sui nostri cellulari sono apparse le prime immagini della devastazione di Beira, in Monzambico, causata dal ciclone Idai il giorno precedente.

Il 25 aprile, poi, un’altra zona più a nord del paese è stata colpita da un secondo ciclone, Kenneth, di intensità pari 4 a 5.

Secondo la Croce Rossa è stata distrutta per il 90 per cento. Oltre al Mozambico, il fenomeno ha coinvolto anche lo Zimbabwe e il Malawi: L’emisfero meridionale sta quindi fronteggiando una delle più grandi catastrofi ambientali recenti.

Affacciata sull’oceano Indiano e popolata da mezzo milione di abitanti più “periferia diffusa” di piccoli villaggi formati e baracche, la città di Beira è gemellata con Padova dal 1995. Da alcuni anni il nostro circolo Legambiente sta sviluppato un rapporto di collaborazione progettuale con Asem Italia Onlus, associazione che segue oltre 6.000 tra adulti e bambini mozambicani, fornendo quotidianamente istruzione, formazione professionale, cibo, supporto medico e riabilitazione psicologica e morale.

“La situazione è disastrosa, inimmaginabile: in tanti hanno perso tutto, incluso la casa – ha scritto Barbara Hofmann, fondatrice di ASEM Monzambique – la maggior parte delle persone sono senza ciboacqua potabile, ma anche le comunicazioni e la corrente sono ancora un problema a Beira. Il nostro obiettivo è aiutare le famiglie fino a renderli autonomi, ma la strada è ancora lunga. Ci sono vite da ricostruire, ferite da curare, traumi da guarire, colera che uccide e morti da seppellire.”

Le ricerche della comunità scientifica trovano giorno dopo giorno sempre più conferme sulla connessione tra riscaldamento globale ed eventi meteorologici estremi (ne abbiamo parlato qui). Come ha scrittoSimon Allison, c’è un punto su cui la scienza non ha dubbi, «in un mondo più caldo i cicloni saranno più pericolosi; dato che prendono la loro energia dagli oceani, più questi diventano caldi più i cicloni saranno potenti»

Le acque dell’oceano Indiano sono già calde, prosegue Allison, e il Monzambico ha una lunga fascia costiera, «condizioni che hanno reso Idai particolarmente letale»: «Il pianeta si riscalda – conclude – e se i governi continueranno a non prendere sul serio il problema del cambiamento climatico, eventi devastanti come questo diventeranno la norma».

Quattro sono le azioni concrete che possiamo fare. Innanzitutto aiutare chi è in difficoltà, aderendo  alla raccolta fondi delle associazioni e ONG che operano nei territori colpiti (qui i riferimenti per ASEM Monzambico – ASEM Italia). Ma è cruciale anche adottare stili di vita e di consumo che annullino o riducano drasticamente la nostra impronta ecologica (su questo Legambiente ha aderito al progetto di comunità Vivi con stile: è questa la strada migliore per prevenire e contrastare i fattori scatenanti di questa e tante altre catastrofi ambientali.

Dal punto di vista globale servono immediatamente politiche chiare e radicali a favore dell’ambiente, che vanno richieste a tutti i livelli governativi: la nostra associazione continua a portare per questo avanti la campagna Stop sussidi alle fonti fossili, perché per fermare i cambiamenti climatici bisogna invertire la rotta in tutti i settori (ne abbiamo parlato qui).

Molto importante, infine, partecipare alle manifestazioni e supportare le istanze dal basso sui temi ambientali del mondo giovanile, ben rappresentate dagli appuntamenti dei Fridays for Future, la vera novità del 2019(ne abbiamo parlato qui); ma tante altre sono le iniziative spontanee di cura del territorio che sorgono in modo sparso e diffuso. Perché serve l’aiuto di tutti e tutte per fare la differenza e fermare l’emergenza climatica in atto.

Legambiente Medio Brenta Aps, a cura di Luca Cirese – redazione ecopolis

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