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Uscendo dalla reception dell’Orto Botanico e percorrendo pochi metri a sinistra, in una cornice di vegetazione verde e rigogliosa, si scorge una imponente, spoglia struttura artificiale in legno poggiata sopra uno specchio d’acqua. Sembra una sorta di conifera, dal tronco di questa si dipartono, irregolari, pezzi di legno disposti a raggiera, in più cerchi concentrici che si assottigliano dal basso verso l’alto. Le radici su cui è poggiato il manufatto sono ben visibili, lambite appena dall’acqua. 

Si tratta dell’installazione “Radici al vento, testa nella terra” realizzata dall’architetto Michele De Lucchi grazie alla collaborazione artistica con Arte Sella per l’Orto Botanico. Costituisce memoria, monito e avvertimento sulla fragilità della natura di fronte ai fenomeni meteorologici estremi provocati dal cambiamento climatico. Rimarrà in mostra fino al 5 gennaio 2020.

La struttura, alta circa 13 metri, è stata costruita con il legno degli alberi sradicati o schiantati dalla tempesta Vaia a fine ottobre 2018 sulle Alpi Orientali, in un’area compresa tra Lombardia e Friuli Venezia Giulia. I tronconi divelti, spezzati o scheggiati, recano impresse le ferite inferte dalle violentissime raffiche di vento. L’autore spiega l’idea progettuale che lo ha ispirato: “L’opera conserva la memoria di un ribaltamento. Una forza improvvisa ha travolto alberi di cinquanta anni e più, portati via dal vento come fuscelli. Le radici hanno ceduto alle folate della tempesta. Si sono sollevate, trascinate dalla leva di fusto e rami, e si sono esposte all’aria, fuori dalla terra come non le avevamo mai vista”.

Ora fusto, rami, radici ed elementi lignei di essenze diverse (abete rosso, faggio, larici, frassino, tiglio e nocciolo) sono ricomposti in una struttura unitaria che richiama l’immagine di un albero sospeso in aria. Connessioni e incastri realizzati da mani esperte tengono assieme tutte le componenti di questo “albero degli alberi”: i rami protesi nel vuoto disegnano nuove, inedite geometrie. L’installazione, come spiegato nella presentazione ufficiale “simbolicamente, ridà dignità e forma a quei 14 milioni di alberi abbattuti in poche ore, molti dei quali testimoniavano secoli di storia del mondo”.  Come accennato sopra, la struttura poggia su uno strato d’acqua, che richiama i mari del nostro pianeta surriscaldati dagli effetti dell’inquinamento atmosferico.

Nello stralcio di un’intervista pubblicata sul Mattino di Padova, Michele De Lucchi ci lascia un invito: di fronte a questi enormi cambiamenti epocali, per sopravvivere dobbiamo essere uniti e saperci organizzare. “E se le radici, che nella nostra mente sono l’elemento più solido, quello che ci dà equilibrio e stabilità finiscono in aria, ecco che per noi viene il momento di mettere la testa sulla terra. Di riflettere”. 

Suscitano profonde riflessioni i numeri del disastro scatenato dalla perturbazione Vaia: si stima abbia danneggiato più di 40.000 ettari di superficie boschiva e 9.000.000 metri cubi di legname, tra alberi schiantati o sradicati. Questi dati ci costringono a ripensare il nostro rapporto con l’ambiente e a ricordare che gli alberi sono importantissimi per l’ecosistema grazie al quale viviamo, sono vita e speranza di futuro. Una speranza che oggi è tangibile nei piccoli, giovani alberi piantati ancora in vasi e disposti davanti all’installazione.

Fino al 5 gennaio 2020 è possibile lasciarsi provocare dall’opera “Radici al vento, testa nella terra” e contribuire a una raccolta di fondi destinati al ripristino dei terreni danneggiati e alla formazione di figure professionali per il riassetto del territorio montano, avviata dall’Orto Botanico.

Silvia Rampazzo – redazione ecopolis

One Response to ““Radici al vento, testa nella terra”, all’Orto Botanico un’opera fa riflettere sul cambiamento climatico in atto”

  1. Francesca Compagnone ha detto:

    2 maggio 2019

    Non lo posso dire a nessuno quanto dolore provo
    nel vedere le grandi ,forti ,grosse radici
    divelte.
    Stanno lì
    come una Pompei
    lì immobili .
    non posssono più prendere nutrimento
    dalla tera madre.
    La violenza li ha strappati
    immobilizzati

    antichi alberi
    antiche radici
    in un attimo strappati alla vita.
    Come sculture di morte
    sembrano immobili.
    In realtà urlano il loro dolore
    L’urlo lo sento dentro.
    Sono ancora vivi
    ma destinati a morire.
    Le forti radici
    senza nutrimento
    si seccheranno.
    Non posso dire a nessuno che
    sento urlare di dolore
    come nei campi di prigionia
    in Libia.
    non avevo coraggio di fare la fotografia
    di questo
    urlo di dolore.
    Oggi ho fatto la foto provando una grande sofferenza……
    Non sono ancora tutti morti…ma
    moriranno…ci impiegano tanto perchè sono forti….
    un uccellino si aggira sulle fronde abbattute
    di un grande abete
    forse il suo nido è lì?
    Disteso a terra con le radici divelte

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