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La visita alla mostra Antonio Ligabue, l’uomo, il pittore  al Museo agli Eremitani per me è stata un’esperienza intensa grazie alla luce, al colore, alle forme “pitturate” (verbo utilizzato dall’artista al posto di “dipingere”) sui più diversi supporti dal cartone, al legno e alla tela (quest’ultima più tardi, dopo che il pittore Marino Mazzacurati lo avviò all’uso dei colori a olio).

Antonio Ligabue definisce se stesso pittore di animali: animali domestici e da cortile a cui facevano da contrappunto i grandi felini tipici di altre latitudini della terra come tigri, leoni, leopardi. Forse servirebbero sale ampie e luminose per ospitare i canti della luce di questo pittore che si esprimeva ricercando e realizzando nelle sue opere un costante vorticoso dinamismo la cui necessità prima è proprio lo spazio, spazio capace di contenere le forme “pitturate” in tutta la loro potenza vitale.

Nella mostra colori e forme stimolano una fervida immaginazione: una “pittura” che non si ferma ai confini dati dal quadro e dalla cornice! Il gallo canterà per voi, abbaierà il cane mentre recupera la selvaggina, sentirete il leone ruggire nel combattimento col serpente, vedrete il leopardo saltare accanto a voi, le fauci della tigre vi impressioneranno!

Per “pitturare” in modo così coinvolgente Ligabue studiava gli animali. Allo specchio ripeteva i loro versi e cercava di somigliargli il più possibile, convinto che gli animali vedessero la realtà per quella che era, diversamente dagli uomini. Studiare sé stessi, conoscere il proprio corpo è strumento fondamentale per costruire un’opera d’arte che esprima appieno il proprio pensiero.

Di questo studio di sé sono testimonianza i molti autoritratti che lo raffigurano in momenti particolari della sua vita. Interessante l’autoritratto con cappello e motocicletta rossa, ottenuta come pagamento di un suo dipinto; cappello e motocicletta sono anche segni di integrazione sociale. Ligabue ricevette diversi premi ed espose anche alla Biennale dell’incisione italiana contemporanea all’Opera Bevilacqua La Masa di Venezia. Tuttavia il suo temperamento rimase selvatico: a volte provava nostalgia per la sua capanna nel bosco come racconta lo sceneggiato televisivo del 1977.   

Antonio Ligabue non aveva una compagna e cercava di sentire la donna vicina, indossando abiti femminili, questo lo rendeva felice, come diceva nel documentario proposto nella mostra. Una personalità particolare Ligabue, soprattutto nei rapporti con gli altri, però il frutto della sua ricerca è magnifico e ancora oggi possiamo goderne.

Ligabue era pittore di animali e con gli animali aveva una sintonia tutta speciale. Nello sceneggiato del 1977 Ligabue disegnava sul muro di una abitazione del paese dei maiali con carbonella e si collocava al centro del disegno, come a dire che i suoi compaesani erano tutti maiali, visto che lo insultavano e lo prendevano in giro. Però aveva alcuni amici, come il pittore Mazzacurati e lo scultore Andrea Mozzali (che lo aiutò in un momento difficile).

Come mostra la pellicola del 1977, al suo funerale erano in tanti “con gli occhi rossi e il cappello in mano, a salutare chi per un poco, senza pretese, senza pretese, portò l’amore nel paese”. Con questa frase di Fabrizio De Andrè, anch’io saluto commossa quello strano uomo che di sé diceva di non aver padroni in pieno ventennio fascista. Oggi mi piace immaginare il rombare della sua motocicletta rossa e vederlo scendere dalla sua auto, indossando cravatta, cappello e cappotto, come mostra il documentario dell’esposizione.   

Eliana Hermann – redazione ecopolis

 

La mostra, dal titolo Antonio Ligabue. L’uomo, il pittore è curata da Francesca Villanti e Francesco Negri, con l’organizzazione generale di C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, in collaborazione con la Fondazione Museo Antonio Ligabue e il Comune di Gualtieri (RE), proseguirà fino al 17 febbraio. Orario di apertura: 9-19, dal martedì alla domenica. Per ulteriori informazioni: http://padovacultura.padovanet.it/it/attivita-culturali/antonio-ligabue

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