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rifiuti-CinaYang laji. Due parole che dallo scorso marzo hanno sconvolto il mercato mondiale delle materie prime seconde e mandato in affanno un pezzo dei sistemi produttivi di tanti paesi sviluppati, dagli Usa all’Australia, all’Europa, Italia inclusa.

Di yang laji, “spazzatura straniera”, si è occupata una circolare del 18 luglio 2017 del Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese (il massimo organismo esecutivo dello Stato).

Il provvedimento è stato notificato all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che avvia un “piano d’azione per riformare il sistema di gestione delle importazioni di rifiuti solidi”, perché “grandi quantità di rifiuti sporchi o addirittura pericolosi si mescolano nei rifiuti che possono essere usati come materie prime, inquinando seriamente l’ambiente cinese”, come ha dichiarato il ministro dell’Ambiente cinese, Li Ganjie, all’Agenzia France Press. Ma anche per valorizzare la raccolta domestica, passando, questo l’obiettivo dichiarato, dai 246 milioni di tonnellate riciclati nel 2015 a 350 entro il 2020, +40% in soli 5 anni.

Dagli anni ‘80, per sostenere un crescente settore manifatturiero, la Cina ha iniziato a importare rifiuti (carta, plastica, metalli), che grazie a un sistema industriale spesso informale e non autorizzato vengono trasformati in nuove materie prime. Da allora le navi che dalla Cina partono per il mondo cariche di prodotti non tornano vuote ma, con evidenti benefici economici, cariche di rifiuti riciclabili. Nel 2015 il gigante asiatico ha acquistato (dati del governo) 50 milioni di tonnellate di spazzatura (una quantità pari a più di una volta e mezzo tutti i rifiuti urbani prodotti in un anno dall’Italia intera).

Le nuove norme varate da Pechino regolamentano l’ingresso (a volte lo vietano, altre lo condizionano al rispetto di altissimi standard qualitativi) di oltre cento tipi di rifiuti solidi: fra cui appunto carta, plastica, scarti di alluminio, rame, acciaio, ceneri da incenerimento, scarti tessili, scarti di vetro, batterie e rifiuti elettronici. Rese pubbliche nel luglio 2017, le norme prevedono l’entrata in vigore dal 31 dicembre e la piena operatività dal primo marzo di quest’anno.

In agosto la Cina notifica al Wto le percentuali di impurità ammessa alla frontiera: per carta, plastica materiali ferrosi e legno sono pari allo 0,3%, che dopo le pressioni dei Paesi esportatori, diventano 0,5%. Come per i cambiamenti climatici o la mobilità elettrica, dunque, la Cina, per ragioni ambientali ma anche per un lungimirante interesse economico, sembra aver assunto un ruolo di avanguardia nel cammino verso una maggiore sostenibilità ambientale[…]

Secondo i dati doganali cinesi, nel primo trimestre del 2018 (dunque di fatto per un solo mese di operatività del divieto) le importazioni di rifiuti solidi nel Paese sono calate del 54%. Arnaud Brunet, direttore generale di un’associazione che conta circa 800 imprese del riciclo in oltre 70 Paesi, il Bureau of international recycling, non usa mezzi termini: queste nuove norme sono come un “terremoto”. Infatti, nonostante il preavviso di otto mesi, il bando non è stato senza conseguenze. […]

Il blocco cinese ha avuto effetti in Italia […], anche in un settore all’avanguardia come quello del riciclo della carta. Il nostro Paese produce 6,8 milioni di tonnellate di macero l’anno, le nostre cartiere ne impiegano 4,9, delle restanti 1,9 milioni di tonnellate che esportiamo, 1,1 andavano in Cina. Il 40% della carta da macero viene dalla raccolta differenziata, il resto dal settore industriale e commerciale, ed è carta più pulita. […] Ma se sul breve periodo lo stop è certamente un problema, in prospettiva è anche una sfida che ha a che fare con la ricerca, l’innovazione tecnologica e il ripensamento delle regole, per cogliere fino in fondo l’occasione creata dal blocco cinese.

Daniele Di Stefano – La nuova ecologia (Sintesi a cura di Luca Cirese – redazione ecopolis)

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