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Davanzo_interno_ScampoliLa “Cattedrale” di Davanzo rappresenta un monumento del Moderno, di proprietà pubblica, su un’area di 240.000 mq, strategica per un ridisegno dello sviluppo urbano cittadino.

L’abbandono e l’incuria ai quali le amministrazioni comunali, susseguite nei decenni, l’hanno destinata, difficilmente può essere pretesto per una cessione della stessa ad una multinazionale straniera, giustificando l’operazione come opera di rigenerazione urbana: così non è.

Fu Guglielmo Monti, Soprintendente dei Beni Architettonici del Veneto, a voler vincolare a Monumento tutto il Foro Boario con un provvedimento del 2008. Nelle motivazioni si legge: architettura “che non trova precedenti prossimi o remoti, elemento di qualificazione attiva ed episodio di altissima emergenza panoramica nell’ambiente urbano circostante, definito in modo totalmente inedito (…)”.

Il Foro Boario di Giuseppe Davanzo è tra gli edifici del secolo scorso che per forma e dimensioni dà un vestito architettonico e urbano ad una periferia senza qualità. Chi percorre corso Australia ben conosce quanto sfrangiato sia il tessuto che ne caratterizza l’area, producendo la sensazione di retrobottega in cui si affastellano case monofamiliari, resti rurali, fast food da autostrada e nuclei a scala urbana come il Cimitero maggiore, lo Stadio ed infine il Carcere.

Il Foro Boario di Padova nasce alla metà degli anni Sessanta, per volontà dell’Amministrazione Comunale impegnata in una sorta di furor edificatorio: era l’epoca della modernizzazione ad ogni costo, spesso a sacrificio della “forma urbis”. Gli intellettuali plaudevano e promuovevano: si pensi alla pubblicistica del Preside della Facoltà di Ingegneria, Marzolo, che favorisce i lavori di interramento del Naviglio interno.

Ma la normativa relativa alla compravendita del bestiame bovino cambia e così, in breve tempo, il nuovo foro boario diventa privo di funzione: una cattedrale nel deserto. Ma appunto: una cattedrale! Ed una cattedrale, anche quando se vuota, rappresenta la grandezza della koiné che l’ha edificata.

Il progetto di Davanzo per il Foro Boario parte dalla contestazione della soluzione a pensiline, richiesta dal bando, che “non avrebbe portato che a una scontata edilizia industriale, mentre il manufatto doveva manifestare la sua predominante funzione di mercato”; così si affida all’immagine di memoria dei grandi tendoni da Circo, sotto i quali avvenivano le compravendite di bestiame, durante le fiere paesane (…).

La tecnica realizzativa è quella della prefabbricazione (calcestruzzo precompresso) che, negli anni sessanta del secolo scorso, è “ancora legata ad una progettualità colta, ancora ben lontana dalla degenerazione seriale degli anni ’settanta e ottanta”.

Si permette al manufatto di crescere progressivamente in altezza per giungere alle due lanterne, producendo la percezione di “una sorta di castello di carte”. Davanzo crea un grande spazio coperto senza essere chiuso, con tamponamenti laterali in pannelli di calcestruzzo con argilla espanso (…).

Oggi Leroy Merlin difficilmente si può identificare col “buon samaritano” e la cessione di tutta l’area a tale multinazionale francese determinerà la sottrazione definitiva ai cittadini padovani di un luogo di pregio, senza produrne nessun valore aggiunto. Cosa siano i magazzini della Leroy Merlin è sotto gli occhi di tutti: da Torri di Quartesolo a Mestre.

Altrettanto tragico è il progetto viabilistico di accesso all’area, utile solo ad un transito automobilistico che manterrà l’area in enclave estranea alla città, al solo servizio della Leroy Merlin, ma con le infrastrutture pagata dai contribuenti padovani. Naturalmente i flussi automobilistici determineranno aumenti di gas serra, di inquinamento acustico ed un over flou alla mobilità, con residenti che avranno un’unica soluzione: l’abbandono delle loro proprietà. Anche lo svincolo previsto in area di rispetto cimiteriale è invasivo.

Certo non si può accettare che questo Monumento del Moderno si riduca ad un rudere di memoria. Sarà quindi necessaria una “rivoluzione culturale” capace di rendere coscienti i cittadini padovani e la loro classe dirigente, pubblica e privata, al fine di preservare i “tesori e monumenti del moderno” che devono saper conservare gelosamente: le generazioni future ne faranno debito e colpa per ogni ingiuria fatta ad essi.

Chi finge di essere cieco, dovrà renderne conto: soprattutto coloro che contro il consumo di suolo e del rifiuto di nuovi ipermercati hanno fatto la loro bandiera, salvo ora affermare che “è stato tutto calato dall’alto e dalle giunte precedenti”. Risibili argomenti, anche per quelle associazioni che fanno ora da stampella a politiche scellerate del territorio, pensando a “mitigazioni” delle stesse.

Paolo Pavan, associazione Ar/Co – sintesi a cura di Andrea Nicolello, redazione ecopolis

L’articolo è la sintesi di una nota molto più lunga dell’arch. Paolo Pavan che potete leggere qui. Ci è stata inviata con la richiesta di replica all’intervento di Stefano Pieretti pubblicato su ecopolis qui. Sergio Lironi ha scritto sul progetto al Foro Boario qui.

3 Responses to “Ex Foro Boario. Un monumento del Moderno da salvare”

  1. Luca Luciani ha detto:

    Si dimentica sempre, volutamente e strumentalmente, che proprio in quanto edificio tutelato dalla Soprintendenza quest’ultima dovrà soprintendere al restauro di riqualificazione di questo spazio pubblico lasciato al degrado da svariati decenni e che nessuna amministrazione comunale sarebbe mai in grado con le proprie risorse di ristrutturare e rifunzionalizzare. Non sembra inoltre veritiero il fatto che la viabilità integrativa sia a carico dell’amministrazione comunale e si dimentica che comunque il Comune ricaverà inoltre dall’operazione un affitto mensile per tutti gli anni di durata del progetto di finanza. E non si può ancora non dimenticare i molti milioni di euro che saranno investiti per la ristrutturazione dello stabile: milioni che permetteranno ad alcune imprese edili e relativi lavoratori di lavorare. Per non parlare delle successive assunzioni di Leroy Merlin, di quelle del nuovo albergo, e di quelle correlate alla stabilizzazione dell’impresa di spettacolo Zed. Com’è possibile voler ‘buttare alle ortiche’ tutto ciò? Alternative valide e vere non ce ne sono.

  2. Paola ha detto:

    Sarà anche un monumento di architettura. Ma è brutto. Brutto forte.
    Quando 90 persone su 100 la pensano così, forse gli architetti contemporanei dovrebbero porsi qualche domanda… a meno che non traggano ingiustificata autostima da ciò.

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