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nodi scorsoi_foro boario_padova_davanzoEsiste una Padova che meriterebbe di più. Una Padova che nel corso degli anni ha rappresentato più di un’occasione persa a causa di politiche miopi o, peggio, assenti. Alcuni luoghi-simbolo di questa realtà li abbiamo visitati e ribattezzati  i “nodi dello sviluppo scorsoio” padovano – in omaggio al poeta Andrea Zanzotto. Sabato 14 visiteremo l’ultimo, il canitiere abbandonato di via Valeri.

Abbastanza disparati per collocazione, dimensioni, funzioni e struttura, hanno in comune il fatto di aver avuto una vita difficile

Abbiamo ammirato il foro boario dell’architetto Giuseppe Davanzo, di fatto abbandonato da decenni. Una struttura che respira arte con i suoi scorci di luce e la leggerezza del costruito. “Davanzo voleva ricostruire il foro boario della sua infanzia, quello che lui aveva visto – ci ha raccontato un appassionato Paolo Pavan –, e siccome spesso le vendite del bestiame avvenivano nei tendoni da circo, ha ricostruito una struttura che li ricorda”.

Il progetto di Leroy Merlin – multinazionale del bricolage – che incombe sulla struttura rispetterà le idee e le intenzioni di Davanzo? I dubbi emersi sono molti, soprattutto, è stata fatta notare l’eccezionalità di una procedura che prevede il project financing – accordo tra pubblico e privato rispetto alla gestione di un bene pubblico – su iniziativa di un privato che il pubblico si limita ad approvare senza entrare nel merito della qualità urbanistica.

Da dietro le cancellate abbiamo sbirciato i condomini del complesso di via Anelli, abbandonati da dieci anni. Emanano già il fascino delle rovine, ma è difficile non associare le finestre infrante alla difficoltà di viverci per più di mille persone che lì avevano trovato un alloggio. Il ghetto di via Anelli, per come si è evoluto – ci hanno raccontato Francesca Vianello e Claudia Mantovan – ha origine dall’incrocio tra politiche migratorie miopi, politiche abitative inesistenti e la nascita della sindrome securtaria che traduceva – e traduce – in problema di ordine pubblico qualsiasi emergenza sociale. Immaginare un futuro per quell’area, con il restauro di quelle palazzine, comporta un ruolo importante del soggetto pubblico – ci ha spiegato l’architetto Gianfranco Zulian – dato che il ritorno dall’investimento viste le condizioni di mercato nell’area è abbastanza modesto. Bisogna però scongiurare tutte le condizioni che allora hanno creato il ghetto. Per questo serve la sforzo progettuale di più competenze in grado di immaginare un futuro per quelle rovine.

Abbiamo immaginato un quartiere punteggiato da industrie passeggiando per l’Arcella accompagnati da Sergio Lironi ed Ernesto Milanesi. Il trasferimento di quelle fabbriche ha lasciato dei vuoti urbani via via riempiti badando all’appetibilità dei metri quadri più che alla qualità urbana del quartiere. Quartiere che nei disegni di Piccinato – autore del piano regolatore di Padova – doveva possedere l’autonomia e il prestigio di una città nella città. E che è invece divenuto quartiere dormitorio. Quella che potrebbe divenire la piazza del quartiere è un assemblaggio casuale di edifici. Passeggiando abbiamo scorto la “spina verde” che potrebbe innervare la parte est dell’Arcella e una piazza architettonicamente pregevole – ma spesso deserta – costruita dove sorgeva la fabbrica Pessi Guttalin. In realtà basterebbe poco – cioè piccole opere – per rammendare l’Arcella: coinvolgimento degli abitanti, luoghi in cui identificarsi, servizi. Alla base un’idea e non continuare a rincorrere una serie di “occasioni”.

Mentre procedevano le visite abbiamo capito, leggendo i giornali, che l’Amministrazione intende mettere al centro dello sviluppo della città la cultura. Bene. Ora occorre intendersi: se cultura è consapevolezza dell’abitare e di sperimentare e praticare nei propri quartieri “mondi possibili” o se si tratta di creare costosi e sgargianti spettacoli di intrattenimento. Siamo certi che presto verrà sciolto il dilemma.

Gianni Belloni – LIES, Laboratorio dell’Inchiesta Economica e Sociale

sabato 14 ottobre si terrà l’ultimo appuntamento del ciclo:  visita al Pp 1 accompagnatori Luisa Calimani e Claudio Malfitano. Appuntamento ore 10,00, ritrovo in piazza Salvemini a ridosso di via Gozzi.

L’area è quella del grande cantiere abbandonato tra le vie Trieste, Valeri, Tommaseo e piazza Salvemini. Il primo progetto del Pp1 nasce nel 2004, sindaco Giustina Destro. Le aziende proprietarie dell’area – le maggiori dell’edilizia padovana – presentarono in Comune un progetto firmato dall’architetto Boris Podrecca. Il progetto prevedeva un grattacielo di 28 piani, alto 108 metri, una serie di ville urbane e tre mega-parcheggi interrati. La crisi e la necessità di complesse opere di bonifica hanno portato al fallimento del progetto da cui l’attuale “buco nero” a due passi dalla Cappella degli Scrovegni.

“I nodi dello sviluppo scorsoio” è un programma promosso dall’ass.ne Vite in Viaggio, in collaborazione con il Laboratorio per l’Inchiesta Economica e Sociale (Lies)

One Response to “Viaggio nella Padova irrisolta: i nodi dello sviluppo scorsoio”

  1. Luca Luciani scrive:

    Per quanto riguarda il foro boario costruito su progetto dell’architetto Giuseppe Davanzo, il cui progetto è esposto al MOMA di New York, si tratta di un’opera vincolata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici: sarà quest’ultima a valutare la qualità del progetto Leroy Merlin e il rispetto di quest’opera architettonica.

    … per quanto riguarda i suoi “scorci di luce e la leggerezza del costruito”, invece, mi viene semplicemente da ridere (amaramente): Legambiente Padova non permetterebbe mai oggi una simile “colata di cemento”: in questo modo la definirebbe. Di fatto una nuova strumentalizzazione discorsiva …

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