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Sant'AgatadiMilitello_aprile2017_viawww.erosionespiagge.euLe spiagge della nostra penisola sono sempre più a rischio: un problema non solo italiano che si intreccia ai cambiamenti climatici in atto e che andrà affrontato con metodi nuovi, ripensando alla radice la relazione tra città e acqua.

Ecco cosa emerge dalle analisi più recenti sulla questione. Chiari e poco rassicuranti i dati storici: nel marzo 2017 il Tavolo Nazionale Erosione Costiera ha stimato una perdita di 35 km di spiagge dal 1960 al 2012, mentre Antonio Cianciullo su Repubblica riporta che negli ultimi quarant’anni sono più che raddoppiati i km di spiagge soggette a erosione.

“La situazione di erosione costiera sta diventando un’emergenza nazionale: i dati di regressione delle spiagge sono alla loro massima espressione”, dichiara a Ecopolis Sebastiano Venneri, responsabile mare Legambiente, “ed è un fenomeno che caratterizza tutte le regioni italiane, raggiungendo il picco nella Sicilia nord-orientale dove come Associazione abbiamo un osservatorio”.

È da molti anni infatti, che Legambiente monitora la salute del mare e delle coste: dall’abusivismo edilizio in Mare monstrum ai casi locali di erosione costiera in Spiagge indifese, fino al Rapporto Ambiente Italia 2016, tutto dedicato a questo tema.

Secondo i dossier, è più di un terzo delle nostre spiagge ad essere soggetto al fenomeno; e più della metà dei litorali italiani sono strati trasformati irreversibilmente da costruzioni edilizie, per la maggior parte abitazioni private: nonostante la legge Galasso che tutela le aree a 300 m dalle coste, dagli anni Ottanta anni l’andamento è 8 km ogni anno.

Sul fenomeno incidono vari fattori: sia la scomparsa, causata dal consumo di suolo, di 4/5 delle dune costiere, sia la sempre maggior difficoltà per fiumi imbrigliati da dighe e altri sbarramenti di riportare i necessari sedimenti, a volte anche erroneamente prelevati. Dall’anno scorso, per contrastare l’erosione, esistono le linee guida prodotte dal Ministero dell’Ambiente e dalle Regioni.

E risposte non all’altezza, come le scogliere artificiali, hanno solo peggiorato il fenomeno: le barriere modificano il flusso delle correnti, moltiplicando così l’effetto dell’erosione nelle spiagge vicine. “Insieme a una limitazione della cementificazione costiera” conclude Sebastiano Venneri, “oggi servono risposte di ingegneria naturalistica; recuperare cioè gli apporti dei corsi d’acqua, e adoperarsi per il ripascimento morbido, ovvero la riaccumulazione di sabbia sulle spiagge”; a Miami, Montecarlo, Copacabana rispondono così a un problema con tratti globali.

Spiagge già fragili dovranno infine affrontare i cambiamenti climatici: la prospettiva più plausibile, secondo il quinto rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), è che, a causa del riscaldamento globale, alla fine del secolo il mare si alzerà in media da 70 cm a 100 cm rispetto al 1700.

Sandro Carniel, primo ricercatore del CNR-ISMAR di Venezia che si occupa di erosione costiera, così commenta per noi questo scenario: “Insieme ad altri fattori, non c’è dubbio che un livello marino più elevato esponga una maggiore superficie costiera agli effetti erosivi legati a inondazioni e mareggiate.” “Ma va tenuto presente” precisa l’autore di Oceani. Il futuro scritto nell’acqua, “che questo nesso è variabile da costa a costa: bisogna dunque porre particolare attenzione alla proiezione di scenari locali, più che alla media di innalzamento globale”.

Di fronte all’erosione e ai cambiamenti climatici, tutte le regioni italiane richiederanno forme di adattamento e di resilienza. E, in questo caso, problemi diversi necessitano lo stesso cambio di paradigma: rompere la separazione fra spazio urbano e corsi d’acqua. Il punto di partenza è rinaturalizzare i fiumi, che, non più irregimentati, riporterebbero i sedimenti alle spiagge, evitando così anche le sempre più frequenti alluvioni causate dai cambiamenti climatici (di cui abbiamo parlato qui).

Luca Cirese – redazione ecopolis

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