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partecipazione_bilancio_partecipatoL’esperienza partecipativa ha potuto ricostruire la politica cittadina come luogo in cui la sfera pubblica e la sfera individuale si incontrano con rinnovata fiducia reciproca, arricchendosi vicendevolmente. (…). L’intransigenza sui principi e la fiducia nell’intelligenza sociale sono i tratti distintivi di una esperienza che coinvolge i cittadini nella gestione delle risorse locali”. Così scriveva oltre 10 anni fa Giovanni Allegretti quando riferiva dell’esperienza del bilancio partecipativo di Porto Alegre.

Un percorso di coinvolgimento della popolazione nel cambiamento della propria città che nessuna delle amministrazioni Zanonato (2004 e 2009) riuscì a fare propria, nonostante le molte sollecitazioni da parte di associazioni e comitati, e che era anni luce dall’orizzonte di Bitonci, che si è limitato a transitare in alcuni quartieri concedendo momenti di ascolto/sfogo, come un sovrano con i propri sudditi.

E’ per questo che leggiamo con entusiasmo le molte proposte partecipative contenute nel programma dell’alleanza Giordani/Lorenzoni, certi che solo i cambiamenti che nascono dal coinvolgimento vero della popolazione, e che si arricchiscono della loro competenza sociale, sono quelli che portano ad una società più sostenibile, equa ed innovativa.

In particolare il programma di Coalizione Civica prevede molti strumenti: tavoli partecipativi di livello rionale, la riattivazione dei quartieri come comitati (prevista in Statuto comunale) e l’innovativa esperienza torinese delle case di quartiere, e per finire il bilancio partecipato (che in realtà corrisponde al bilancio partecipativo).

Tutte azioni (fuorchè l’ultima) necessarie soprattutto per una ricucitura identitaria rionale e per l’attivazione di risorse comunitarie locali.

Ci sembra però che manchi una dimensione che lo stesso Allegretti ammoniva a non dimenticare, e cioè che “la condivisione delle scelte sia pensabile non solo in ambiti territoriali o tematici circoscritti, ma anche sui temi strategici e nella complessità dei grandi agglomerati urbani”.

Anche la Carta del Nuovo Municipio propone che una democrazia locale partecipativa si interroghi collettivamente sulla “visione condivisa del ruolo della città nel decennio successivo da punto di vista dell’economia, cultura, identità ed immagine urbana”.

Pertanto riteniamo che serva prevedere l’attivazione di strumenti partecipativi almeno in tre ambiti differenti: oltre a quello già ben specificato rivolto ai cittadini, serve anche il livello istituzionale e il coinvolgimento della “società civile organizzata”, l’associazionismo (di base e di categoria), il sindacato e III settore.

A livello istituzionale è fondamentale individuare dei meccanismi di funzionamento della “macchina comunale” che consentano di superare una certa rigida compartimentazione. Per ottenerlo è auspicabile aumentare (e premiare) il numero dei progetti strategici intersettoriali, quelli che coinvolgono associazioni e risorse territoriali ed investire nella formazione sul tema “partecipazione”.

Lacunoso nel programma ci pare la parte del rapporto con il Terzo Settore e l’associazionismo, di cui Padova è ricchissima. Quando nel 2000 legislatore nazionale cercò di innovare il modello di welfare municipale, fu chiaro che bisognava “assicurarsi la collaborazione degli enti non profit alla programmazione e non solo all’esecuzione delle politiche pubbliche di livello territoriale” (L. 328). Pena il rischio di una sussidiarietà nella quale il pubblico arretra per mancanza di fondi e il privato sociale assicura ciò che il primo non è più in grado di svolgere.

Ciò significa prevedere il coinvolgimento del mondo delle associazioni (onlus, APS, coop sociali e di categoria), degli istituti universitari e delle scuole, nelle decisioni strategiche comunali (e nelle successive verifiche), garantendo accesso all’informazione, a momenti di consultazione e di partecipazione diretta alle commissioni consiliari (per le quali abolire la secretazione).

Il bilancio preventivo è lo snodo fondamentale. Da troppi anni assistiamo ad un’inutile convocazione delle associazioni alle quali viene presentato un bilancio di fatto già stilato, con documentazione fornita tardivamente e nelle modalità più criptiche possibili. Tanto da essere un appuntamento disatteso dai più, complice la sua inutilità.

In discontinuità con il passato occorre prevedere che l’elaborazione del preventivo, del consuntivo e del bilancio triennale delle opere pubbliche sia trasparente e facilmente comprensibile. Serve che vengano messe a disposizione schede sintetiche sui principali numeri relativi alle ipotesi dell’amministrazione (investimenti suddivisi per macro-aree tematiche; gli scostamenti con anni precedenti; quali i fondi a disposizione e quelli probabili per alienazioni; i budget su progetti intersettoriali; quanto investito per la sussidiarietà; quanti i fondi extracomunali). Ma anche i risultati conseguiti con gli investimenti precedenti.

Solo così diventano utili incontri di consultazione per raccogliere e discutere le priorità del budget generale. A ciò va affiancato, come da programma, il bilancio partecipativo, quella quota parziale di fondi la cui destinazione dipende dalle decisioni prese dai cittadini adeguatamente coinvolti.

Infine sentiamo la necessità della creazione di un urban center, luogo di trasparenza e partecipazione sugli interventi di trasformazione che hanno l’ambizione di essere innovativi su scala cittadina o metropolitana.

Cosa porvi al centro? i principali progetti di rigenerazione o riqualificazione (aree e grandi edifici dismessi, un nuovo Ospedale), i principali lavori pubblici (ad es. una nuova linea del tram, compresi servizi annessi e intermodialità), la programmazione urbanistica e quella sulla mobilità metropolitana.

Serve budget, uno spazio attrezzato, funzioni chiare e personale dedicato. Deve garantire l’informazione e l’accesso ai documenti (non solo ai progetti finali, ma anche quelli in fase di elaborazione), l’attivazione di laboratori di co-progettazione (su richiesta dal basso o per decisione dell’amministrazione) e la verifica del processo trasformativo in atto così come approvato.

Solo tutta una complessa platea di strumenti (ed altri ve ne sono ancora) può assicurare “il passaggio da una gestione consensuale del territorio alla sua riprogettazione condivisa” (cit. G.A.)

Andrea Nicolello-Rossi, Legambiente Padova

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