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matite“Non ce la fanno più. Lo avevano preannunciato e alla fine la rabbia e la tensione, accumulate in un anno e mezzo di speranze ripetutamente deluse, sono esplose la scorsa settimana a Casa a colori, la struttura di via del Commissario gestita dal consorzio di cooperative sociali Villaggio solidale”. – iniziava così l’articolo di Tatiana Mario della Difesa del Popolo sulla rivolta del 7 gennaio scorso.

Che proseguiva: “Mi trovavo lì (…) quando è scoppiata la rivolta. E non è stato assolutamente un bello spettacolo assistere ad decina di profughi che, durante una riunione con gli operatori, hanno buttato all’aria armadi, tavoli e sedie, preso a calci e pugni finestre, porte, fotocopiatrici e tutto quello che era sottotiro.

Le urla avvertite da ogni angolo della struttura hanno “vomitato” l’incapacità di tener ancora governati i nervi di chi non ce la fa più a tenere la propria speranza appesa a un permesso umanitario che non arriva mai, a causa di una legge bizzarra varata in fretta e furia, senza buonsenso perché obbliga a non lavorare. Il che equivale a non vivere. Ma la violenza dei nordafricani, che non può essere in alcun modo giustificata, si è scaricata contro le persone sbagliate”.

Da allora sono passati 3 mesi.

In questi giorni Melting Pot – progetto per promozione dei diritti di cittadinanza nato nella galassia dei disobbedienti – sul suo portale scrive che “il 28 febbraio il Governo ha messo fine al Piano di accoglienza per l’Emergenza Nordafrica, ma i profughi non sono spariti. Usciti dai centri con una buona uscita di 500 euro da parte del Governo, a cui si sono aggiunti i 700 euro rimessi a disposizione da parte delle cooperative, si ritrovano oggi senza un luogo dove stare ed una prospettiva per il futuro.

Per due anni hanno atteso di conoscere il loro destino. Hanno ricevuto vitto ed alloggio ma non era ciò che chiedevano. Cercano un’opportunità di vita che con le ingenti somme ricevute dagli enti gestori non era difficile costruire.

Ed invece, ogni promessa è stata disattesa. A Padova da gennaio, dopo la rivolta alla Casa a Colori, era stata annunciata la disponibilità di borse lavoro per il loro inserimento, ma come raccontano, non gli sono mai state proposte, anzi, spesso sono state negate. Così oggi, a pochi giorni dalla chiusura dei centri di accoglienza, l’Associazione Razzismo Stop, che già dal 2010 ospita gratuitamente dieci rifugiati somali, si è ritrovata con 56 persone senza un tetto che hanno chiesto ospitalità presso il centro autogestito. Una situazione che la città non può non vedere e risolvere.

Invitiamo a sottoscrivere l’appello (clicca qui) con cui molte associazioni, giuristi, docenti ed esponenti della società civile padovana, chiedono al comune ed alla Prefettura una soluzione che rischia di diventare, questa volta, una vera emergenza diritti”.

progetto Melting Pot

sintesi a cura della redazione di Ecopolis

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