Feed on
Posts
Comments

nantes-et-les-machines-de-l-ile.jpgIn oltre un decennio di dibattito sull’ospedale di Padova, troppo spesso si è sentito parlare del dove, talvolta del come, ma quasi mai si è specificato cosa.

Ci si chiede infatti se abbia senso discutere se sia meglio riqualificare l’esistente o costruire ex-novo, e in quest’ultimo caso, affannarsi a scegliere l’area, in un susseguirsi di ipotesi che talvolta ha assunto contorni grotteschi, senza aver ben chiaro qual è il modello di sanità al quale vogliamo tendere. 

È chiaro che il problema va affrontato sotto tutti gli aspetti che compongono la sua complessità, tenendo bene a mente che le scelte adottate si ripercuoteranno sul destino della città e della provincia. Non si può più pensare di procedere per compartimenti stagni che contemplino di volta in volta urbanistica, architettura, università, servizio sanitario territoriale, azienda ospedaliera ecc., senza mettere tutte queste tematiche in relazione tra loro.

Questo quanto ha cercato di proporre l’Associazione AR/CO Architettura Contemporanea, lo scorso 12 maggio, nel convegno che si è tenuto nella sede dell’Ordine degli Architetti di Padova e che ha visto confrontarsi tra loro medici, rappresentanti dell’Università di Padova, dirigenti sanitari, architetti e urbanisti sul grande tema del nuovo Polo Ospedaliero di Padova.

I diversi punti di vista emersi necessariamente devono trovare una mediazione per rendere il processo di progettazione realmente partecipato e, in definitiva, soddisfacente per tutti. I temi sono riassumibili a grandi linee in:

  • necessità di adeguare alleesigenze del presente, prevedendone gli sviluppi futuri, la grande tradizione e l’eccellenza del servizio sanitario cittadino che, se vuol mantenere i suoi elevati standard qualitativi, necessita di spazi e dotazioni di servizi per l’espletamento delle attività di didattica universitaria, ricerca e assistenza;
  • importanza della rete delle relazioni che devono intercorrere tra servizi e strutture territoriali e la rete ospedaliera, resistendo alla tentazione di “estrarre” l’ospedale dal suo contesto, e da qui la necessità di ripensare il servizio sanitario nell’ottica dei cambiamenti che già sono in atto e di quelli che ancora non sappiamo prevedere, con ripercussioni che passano dalla gestione organizzativa a quella progettuale delle strutture, che devono essere capaci di adeguarsi alle continue innovazioni tecnologiche, al mutamento delle pratiche mediche, al cambiamento della tipologia di degenza ecc.;
  • imprescindibilità dell’integrazione Università – Ospedale – Territorio determinata da un rapporto sinergico consolidatosi nel tempo, che deve la sua fortuna anche alla vicinanza fisica delle strutture e al loro collocamento in un unico grande ambito urbano, parte viva della città. Da qui il superamento della vecchia concezione dell’ospedale quale cittadella autosufficiente ed autoreferenziale, indifferente al contesto e progettata tenendo conto dei soli criteri tecnologico-funzionali.

La posizione dell’Università è quella di non porsi pregiudizialmente in merito alla scelta dell’area del Polo della Salute Policlinico, ma quella di valutarne la bontà in merito all’adeguatezza dimensionale piuttosto che di collegamento con le attuali sedi di ricerca e didattica, tenendo presente che le aree dell’Ospedale Giustinianeo, dello IOV e del Sant’Antonio occupano una superficie di circa 19 ettari, a fronte dei circa 50/60 dei grandi ospedali europei.

La risposta potrebbe essere quella di una riqualificazione del Giustinianeo con 700 posti letto massimo e la realizzazione ex novo di una struttura ad alta efficienza e contenuto tecnologico di 1200/1300 posti letto per i super acuti. In quest’ottica la scelta dell’area a Padova est, forse più delle altre, sembrava essere buona per la vicinanza e il facile collegamento con il polo universitario e della ricerca a nord e a sud del Piovego.

D’altra parte gli architetti e gli urbanisti mettono in guardia sulle reali intenzioni di finanziamento di un nuovo ospedale da parte della Regione Veneto, con il rischio che lasciar scorrere il tempo con lunghi dibattiti sulle diverse aree, sia infine funzionale a depauperare l’Azienda, l’ULSS e l’Università di Padova di attività e specialità a favore di altre provincie, come d’altra parte sta già accadendo e come testimoniato da Delibere di Giunta che diminuirebbero di circa il 17% i posti letto di Padova.

Lo spostamento dell’ospedale in un’area periferica, oltre a generare un danno ambientale in termini di consumo di suolo, comporterebbe la perdita di dinamicità del tessuto urbano – con tutte le immaginabili conseguenze di degrado – che verrebbe svuotato di quelle funzioni che finora l’hanno reso vivo e che a loro volta sono state animate dal loro essere parte della città consolidata. Situazione irripetibile in un’area esterna alla città.

A confermare questa tesi c’è l’esempio di moltissime esperienze di città europee che hanno colto la sfida della riqualificazione urbana realizzando ospedali, anche in centro città, con una concezione di centralità della persona, di integrazione con il territorio e la città, oltre che con il contesto socio culturale, trasformando l’ospedale da struttura chiusa ad elemento catalizzatoreper la riqualificazione di un ampio “intorno urbano”. Un luogo quindi frequentato anche al di fuori dell’esperienza ospedaliera.

Fondamentale per la buona riuscita del progetto sarà quella di effettuare un preventivo studio di inquadramento urbano (MasterPlan) che tenga conto di tutti gli aspetti organizzativi e territoriali, con l’affidamento della scelta del progetto al meccanismo del concorso pubblico di progettazione e la previsione di effettive forme di consultazione e partecipazione attiva di tutti i portatori di interesse.

Elena Coppola, redazione di ecopolis

n.b: cosa c’entra un elefante con l’ospedale?

con Eliana Hermann, editor di ecopolis, ci siamo confrontati su quale immagine usare in apertura di articolo. “Ti ho mandato un immagine dell’Ospedale di Padova, ma che non mi pareva significativa. Questa e altre erano tutte prive di forza comunicativa”. Poi ho potuto scorrere le slide della presentazione di Sergio Lironi “Dimensione umana e cura” e ho scoperto l’elefante di Nantes. Una città che ha scelto di costruire il nuovo ospedale nell’Ile, a fianco delle immaginifiche Les machines, per garantire vicinanza, sia pazienti che visitatori, a personale medico e studenti; per assicurare un servizio sanitario di prossimità, facilmente accessibile anche a piedi 24 ore su 24; come occasione per ridefinire tutto il sistema della mobilità nelle aree centrali, potenziando il trasporto pubblico e la mobilità pedonale e ciclabile. Per la vicinanza ad altre sedi universitarie ed istituti di ricerca. Ed elefante sia! (a.n.r.)

3 Responses to “Nuovo Ospedale: riqualificare o costruirne un altro? Modelli di sanità e multidisciplinarità a confronto”

  1. claudio carrara scrive:

    Giusta la multidisciplinarità di analisi proposte e interventi.
    “La salute come benessere fisico, psichico e sociale di un individuo, dinamicamente inserito in un territorio”, proclamava già 30 anni fa l’OMS,alla base di interventi che si sono poi sviluppati più o meno seriamente nelle “Città Sane”
    E speriamo che i decisori politici antepongano davvero “la salute” dei padovani ai tanti altri, anche legittimi, interessi in gioco.
    Dott. Carrara Claudio,

  2. Sergio Finesso scrive:

    Condivido decisamente l’approccio con visione d’insieme di tutti gli aspetti che devono caratterizzare il nuovo polo ospedaliero.
    Non condivido le conclusioni che mi sembrano un salto logico rispetto alle premesse.
    Nantes ha realizzato il suo nuovo polo la’ dove aveva un’area già’ disponibile; noi non l’abbiamo. Abbiamo invece un’area monumentale già’ violentata e stravolta dalla scelta – fortemente contrastata da Piccinato- di farci l’ospedale attuale.
    Evidentemente non ci è’ bastato! Andare a piedi all’ospedale va bene per me che ci abito vicino, ma non per chi abita a Vigonza, a Reschigliano, a Selvazzano, ad Albignasego. Il nuovo polo non può essere l’ospedale di chi abita in centro, ma l’ospedale di importanza nazionale, sicuramente regionale. L’attuale polo e’ già oggi un mostro generatore di inquinamento di ogni genere; aggiungere altra capacità ricettiva vuol dire penalizzare ulteriormente il grave problema della congestione di Padova, che come noto ha una densità abitativa quasi doppia rispetto a Verona e a Vicenza.
    A mio avviso non esistono ragioni per far sviluppare l’attuale polo li’ dove è, se non interessi economici non dichiarati.
    Nel centro di Padova si può’ iniziare a demolire qualche edificio per creare spazi di aggregazione, molto più’ che incrementare ulteriore cubatura.
    Il non consumo di suolo si avrebbe solo se sui terreni di Padova est o ovest inizialmente destinati al nuovo polo si realizzassero dei parchi. La realtà’ purtroppo è che una volta ricostruito l’ospedale in via Giustiniani sui terreni periferici si costruiranno capannoni.
    Cordiali saluti e buon lavoro
    Sergio Finesso

    • ecopolis scrive:

      buongiorno Sergio

      in effetti il salto tra articolo e “ps” che cita Nantes c’è: la spiegazione in poche righe riguarda il perchè abbiamo scelto quell’immagine: la suggestione per una città che sceglie un processo di riqualificazione del proprio centro geografico collocandovi un nuovo ospedale, da costruire. Tutto l’articolo ciò che è stato detto dai numerosi relatori al convegno di AR/CO.
      Nantes è stato uno degli esempi citati da Sergio Lironi nel suo intervento. Sarà eventualmente lui che potrà meglio argomentare perchè lo ha citato assieme ad altri esempi di ospedali costruiti o ricostruiti nel centro delle città come a Marsiglia, Lisbona, Nizza e altre.
      Grazie del commento, gli articoli servono per suscitare domande e dibattito.
      Cordialità ecopolis

Leave a Reply