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FotoNell’ultimo numero abbiamo parlato della rete delle città interculturali (clicca qui). In questo articolo discutiamo le basi, empiriche e teoriche, dell’iniziativa.

L’idea che la diversità possa essere un vantaggio è da tempo riconosciuta. Già negli anni 60, l’urbanista Jane Jacobs proponeva la diversità, nella varietà di occasioni, abitanti, gusti, abilità, bisogni e ossessioni, come il vero fattore di successo delle città [1]. Più recentemente, il sociologo Richard Florida ha messo in evidenza come le città più aperte, e quindi più diverse, sono anche quelle più capaci di attrarre talenti e capacità (e quindi di produrre sviluppo di qualità) [2].

Alcuni economisti hanno confrontato i livelli di reddito per abitante e la ricchezza della diversità nelle città. In Europa, i risultati mostrano che un aumento del 5% della probabilità che due residenti scelti a caso siano di diversa nazionalità (meno di quanto è successo a Londra tra il 1991 e il 2001), induce un aumento del reddito medio tra il 5% e 10%. Risultati simili sono stati ottenuti studiando le città negli Stati Uniti. In entrambi i casi, gli studi mostrano che la relazione di causalità va dalla diversità ai redditi, e non viceversa [per un’ampia discussione della letteratura v. 3].

A quali condizioni il vantaggio della diversità può essere realizzato?

Si tende spesso, implicitamente o esplicitamente, a considerare cultura come qualcosa di fisso e predeterminato (la cultura “italiana” o l’identità “francese”) che determina in modo univoco i nostri comportamenti. Cultura e identità sono invece cangianti, in flusso, in continua mutazione e ibridazione. Inoltre, ciascuno di noi è tante cose allo stesso tempo. Io sono italiano, ma anche maschio, toscano, padovano, ambientalista. Tutte queste dimensioni della mia esperienza sociale concorrono a formare i miei comportamenti [4].

Si tratta di ricercare un nuovo modello che, accettando la pluralità di valori e prospettive all’interno della società, attivi tutte le dimensioni del vivere sociale per costruire ponti tra le persone e i gruppi.

L’idea di cultura non può più funzionare da collante. Si può vivere insieme mantenendo le differenze soltanto nell’adesione ai valori fondamentali e alle procedure della democrazia [5]. Per la politica si tratta di favorire costruire spazi urbani che favoriscano l’incontro e lo scambio tra persone di culture differenti, a scuola, sul lavoro, al mercato. Sappiamo che gli abitanti di ambienti urbani di questo tipo tendono a essere più soddisfatti della loro vita. Si tratta inoltre di evitare iniziative che riaffermino le distinzioni e gli stereotipi. Quanto abbiamo discusso sulla questione del burqua in astratto? E quanti ne l’hanno visto indossato per strada? Infine, il riconoscimento delle differenze non può essere disconnesso dalla rimozione delle situazioni di diseguaglianza sostanziale. Non ci può essere dialogo e scambio se non tra pari [3].

Parlo di modello nuovo. Ma ha un cuore antico. Nel 1517, nel Lamento della Pace, Erasmo scriveva “il vuoto nome di una località divide la gente. Perché tanti altri fattori non la congiungono?“. Dopo quasi 500 anni, questa è ancora la strada da perseguire.

Referenze

[1] Jacobs J., Vita e morte delle grandi città, PBE Einaudi, 2009.
[2] Florida R., L’ascesa della nuova classe creativa, Mondadori, 2002.
[3] Pinelli D., Diversità e sviluppo sostenibile: una relazione possibile, Il Mulino, 2013.
[4] Hannerz U., La diversità culturale, Il Mulino, 2001.
[5] Habermas J., L’inclusione dell’altro, Feltrinelli, 1998.

2 Responses to “Immigrazione e diversità culturale. Una risorsa per le città/2”

  1. lina ha detto:

    Mi dispiace contestare il suo pezzo, che per molti versi condivido.
    Lei però dà per scontati e assunti dei postulati che a mio avviso sono ancora da dimostrare.
    Nessuno ad esempio va davvero a verificare se l’accettazione dei valori e delle procedure della democrazia siano davvero condivisi da tutti i gruppi immigrati in Italia o in Europa.
    Uno strumento serio potrebbe essere quello della concessione del diritto di cittadinanza a chi è nato qui, ma a condizione che rinunci alla precedente nazionalità.
    Nei discorsi dei sostenitori di questa idea, mi pare venga però pretesa.

    Una delle cose che sta seriamente allarmando il governo francese è scoprire che in Mali centinaia di persone , catturate dalla Legione negli scontri di queste settimane nel deserto, hanno passaporto francese , perchè nati nel paese transalpino.
    Sono individui che non hanno mai accettato la scala di valori del paese dei Lumi.
    Ora Hollande teme che ritornino nelle banlieux e organizzino attacchi (vendette) in patria.
    Il difetto del suo ragionamento è che lei lo rivolge principalmente agli italiani e non cerca argomenti per convincere ad esempio i gruppi di fede islamica.
    Converrà che è un “marketing” diretto alla parte sbagliata.
    Non può che fallire !

    • Dino Pinelli ha detto:

      La ringrazio dei commenti. Mi scuso se l’impressione è stata quella di un’operazione di marketing verso una parte. Sono due i punti importanti che mi interessa rimarcare. Primo. Abbiamo evidenze empiriche che le città che accolgono maggiore diversità sono piu’ dinamiche e floride economicamente. Questo perché sono piu’ produttive (si riesce a produrre di piu’ con gli stessi fattori) e soprattutto piu’ innovative (perché perché più capaci di attrarre persone innovative). Le evidenze non sono ancora conclusive, ma ben avanzate. La diversità puo’ non essere vista solo come un problema. Secondo. Abbiamo evidenze empiriche che le cose funzionano meglio laddove (quartieri/città) si sia cercato di attivare relazioni e contatti agendo su interessi e attività comuni scavalcando le differenze puramente culturali. In questi contesti, la richiesta di adesioni a valori comuni puo’ essere sostanzialmente ridotta (il codice penale va rispettato). Per entrambi i punti, le affermazioni non sono piu’ meri postulati ma hanno supporto empirico (ancorché, d’accordo, mai conclusivo). Personalmente, penso che la concessione della cittadinanza sia positiva. Nel caso francese, pero’, la concessione della cittadinanza formale si è accompagnata a una politica che ha negato nei fatti la legittimità delle differenze (con la pretesa di assimilazione alla maggioranza) e limitato le possibilità di interazione e reciproca conoscenza (con la segregazione dei gruppi nelle periferie urbane). La possibilità di effetti inattesi era aperta.
      Per finire. Sono pienamente cosciente della dimensione delle questioni in gioco. E sono pienamente d’accordo che non esistono soluzioni facili. Proprio per questo penso che sia importante andare oltre il senso comune (che spesso ci porta a considerare prima i lati negativi) e condivido lo sforzo delle città che hanno accolto la sfida dell’interculturalità (riconoscendo che proprio di sfida si tratta).

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