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Logo_particolareSempre più, le nostre città accolgono persone proveniente da paesi diversi. Con gusti, tradizioni e modi di vivere differenti. E’ la grande sfida dei nostri anni. Come agire di fronte a questa sfida? Porta con sé solo dei problemi, come da tante parti ci sentiamo dire, oppure anche delle opportunità?

Dal 2008, anno del dialogo interculturale, si è formata in Europa una rete di città che vedono la diversità come una risorsa, come un vantaggio per lo sviluppo intellettuale e economico, piuttosto che come un problema. L’idea è che la diversità possa favorire l’innovazione e la creatività, e quindi la posizione competitiva e la qualità della vita nelle città. La chiave è che istituzioni e politiche adeguate predispongano le condizioni perché gruppi e persone possano interagire liberamente (nel quartiere, nel lavoro, nella scuola) al di là delle differenze culturali. L’impegno è a costruire dei ponti che ci uniscano, invece di rafforzare i cancelli identitari che ci separano.

La rete delle città interculturali (inizialmente sostenuta dalla Commissione Europea e dal Consiglio d’Europa) è partita nel 2008 con 9 città: Berlino Neukölln (Germania), Izhevsk (Russia), Lublino (Polonia), Lione (Francia), Melitopol (Ucraina), Neuchâtel (Svizzera), Patras (Grecia), and Subotica (Serbia), e per l’Italia, Reggio Emilia. La rete è cresciuta nel tempo. Oggi ne fanno parte oltre 80 città, includendo anche 21 città italiane. Inizialmente limitata all’Europa, l’iniziativa si sta espandendo a Corea, Messico e Canada. Le città sono prevalentemente medio-piccole, ma ci sono anche grandi città, da Londra (alcuni distretti) a Barcellona, Oslo e Copenaghen.

Le città aderenti si impegnano ad adottare una strategia per l’interculturalità che abbia alla base il riconoscimento del valore positivo della diversità.  La strategia deve abbracciare varie aree: dalla politica per le scuole, alla gestione degli spazi urbani, alle politiche di accoglienza, alla mediazione culturale e ai rapporti con i media. In cambio hanno accesso a due grandi opportunità. Da una parte, possono imparare dalle altre città, sulla base delle loro esperienze e pratiche. Una raccolta di 300 buone pratiche è consultabile on-line. Dall’altra, vengono valutate e comparate attraverso un “indice di interculturalità”. In questo modo, possono misurare il proprio progresso, nel tempo e rispetto alle altre città.

L’indice è stato compilato per ora da 50 città. Anche se è troppo presto per trarre conclusioni, le prime analisi mostrano che nelle città con valori più alti dell’indice, i cittadini hanno migliore percezione della loro sicurezza.

Le città interculturali si sono riunite a Dublino il 5-8 Febbraio 2013. Alla fine i partecipanti (oltre 250, in rappresentanza di amministrazioni locali, accademia, istituzioni internazionali) hanno firmato una carta comune, riconoscendo il valore positivo dell’esperienza delle città interculturali e impegnandosi a collaborare con altre città e istituzioni per riaffermare la diversità come valore positivo.

Nel prossimo numero di Ecopolis discuteremo più in dettaglio i presupposti teorici e le evidenze empiriche a sostegno dell’ipotesi del vantaggio della diversità e delle politiche per l’interculturalità.

Dino Pinelli – Redazione di Ecopolis, Ricercatore, Consulente del Consiglio d’Europa per l’iniziativa Città Interculturali

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La responsabilità per le informazioni e le opinioni riportate nell’articolo è interamente dell’autore.

7 Responses to “Immigrazione e diversità culturale. Una risorsa per le città”

  1. lina ha detto:

    anch’io sono convinta che la diversità culturale possa produrre benefici, penso tuttavia che non tutti i gruppi immigrati vogliano partecipare a questo melting pot culturale, poichè hanno e conservano obiettivi sociali, politici e culturali non compatibili con il quadro generale dettato dalla nostra Costituzione. (Ad esempio : separazione Stato-Fede religiosa; parità uomo-donna; diritto di famiglia ; libertà di cambiare credo……)
    Una diversità che non condivida i principi della nostra Carta non penso possa essere definita “diversità”, quanto piuttosto “opposizione” culturale.
    Ne dobbiamo tener conto.

  2. Fabrizio ha detto:

    Il mio caso e’ particolare visto che sono sposato con una cittadina Colombiana. Penso che l’interculturalita’ sia un bene. Anche se la ho sperimentata negli Stati Uniti dove loro si ritengono “lo stato piu’ libero del mondo” (a mio avviso molto forzatamente, in quanto usano la loro non-cultura per omogeneizzare diverse etnie e ceti sociali), molto spesso usando una legge di immigrazione molto insufficiente. Il problema non e’ tanto lo scontro delle differenze tra tradizioni di un paese e l’ospite straniero che porti le sue, quanto il poterle interscambiare per poter migliorare, innovare e stabilire un mondo migliore e citta’ e cittadini migliori. Purtroppo, pero’ c’e’ molto spesso un problema di fondo che e’ quello che le posizioni sia della nazione ospitante che degli ospiti stranieri di rimanere nelle proprie posizioni senza cercare un avvicinamento bilaterale fino all’accettazione delle tradizioni dell’altro. E’ molto difficile integrarsi totalmente, giacche’ i pregiudizi sono molto difficili da estirpare. Per esempio, nel mio caso di ex-emigrante (siciliano di origine) mi e’ sempre stato affibiato il nomignolo di “mafioso” di “ladro” etc… e’ chiaro che ho dovuto lottare contro questi pregiudizi che sto anche affrontando in Italia con mia moglie? Ma scusate un attimo: la Sicilia, oltre alla mafia, quante cose belle ha, tra: cibo, storia, natura, arte, etc? Anche la Colombia ha una brutta nomea dovuta a pochi malviventi, ma vi assicuro, essendoci stato piu’ volte che per molti altri versi e’ un paradiso naturale e possiede delle citta’ molto innovative. Il punto e’ che purtoppo prima di “accettare” si e’ sempre portati a “giudicare” il che e’ deleterio e porta sempre a conclusioni sbagliate. In Europa abbiamo una storia comune, ma tradizioni, lingue e culture molto diverse fra loro. Anche per questo una unita’ totale e’ molto difficile da raggiungere e se e’ difficile questo, pensiamo alle migliaia di persone che vengono da fuori Europa cercando una vita migliore, portando con se un bagaglio di tradizioni e di cultura che molto spesso puo’ cozzare con quelle che sono le nostre tradizioni.
    E’ chiaro che non tutte le persone che vengono in Europa siano per forza degli analfabeti che possono essere usati solo come forza lavoro. Molti (come nel caso di mia moglie) hanno studiato (e stanno studiando) e vengono spesso con dei titoli. Il problema di unificazione dei titoli e di riconoscimento di validita’ di un titolo acquisito all’estero e’ un altro dei problemi che ci preclude la internazionalizzazione positiva delle nostre citta’. Un ultimo appunto: ma e’ possibile che in Italia si usi ancora lo “ius sanguinis” per la nazionalizzazione invece dello “ius solis”? Io credo che qualsiasi persona che nasce su suolo italiano abbia il sacrosanto diritto di acquisire la cittadinanza, giacche’ la sua futura vita si svoglera’ nel nostro paese.

  3. Dino Pinelli ha detto:

    Ringrazio Lina e Fabrizio dei commenti. Mi scuso per il ritardo con cui rispondo. Sono pienamente d’accordo con entrambi. Sì, penso che la Costituzione possa e debba ricevere l’adesione di tutti, sia di chi nasce sul territorio sia di chi vi arriva successivamente. Penso anche che le sue indicazioni siano sufficientemente ampie per permettere differenze di stili vita e atteggiamenti. Si tratta (e qui apprezzo le osservazioni di Fabrizio) di cercar di rompere pregiudizi e barriere cercando di agire sulle molte cose che uniscono (il lavoro, la scuola, l’arte, i figli) e senza cercare di raggiungere un’ “unità totale” (che è di fatto impossibilie e la cui ricerca sarebbe sarebbe quindi controproducente). Personalmente, sono d’accordo con lo jus soli e lo ritengo, in generale, piu’ adeguato a una situazione di crescente mobilità.

  4. lina ha detto:

    Non posso dirmi soddisfatta della replica, poichè i temi che ho sollevato sono stati ridotti a fattori di circostanza (lavoro, scuola, ….) .

    Non voglio dire che alcuni obiettivi sociali non siano condivisi con i gruppi immigrati, ma per i gruppi islamici questo non accade : sui diritti delle donne, il matrimonio con persone di altre fedi, il diritto di famiglia, la libertà di cambiare religione…. etc
    Le risulta siano argomenti già digeriti e condivisi da quel gruppo immigrato ?

    Proprio due giorni fa, ascoltando il notiziario in lingua francese sul canale 141 France 24, raccontavano di alcune centinaia di magrebini catturati dai soldati della Legione in Mali, nel corso di scontri al confine con l’Algeria. La sopresa è stata che buona parte di questi erano dotati di passaporti francesi. Erano cioè musulmani francesi a tutti gli effetti, tanto che Hollande ha dichiarato di attendersi “vendette” e attentati in Francia da parte di quelli che riusciranno a tornare.
    Mi dispiace, ma lei , caro Pinelli , mi pare voglia vedere solo alcuni aspetti del fenomeno immigratorio e di conseguenza sia portato a semplificare troppo. Quasi che l’esperienza di altri Paesi non le dica nulla.
    Quanto accade in Francia o è accaduto in Jugoslavia, dopo decenni di “integrazione” tra le diverse etnie e confessioni, pare non averci insegnato nulla.
    Dobbiamo per forza seguire la stessa traiettoria, già sapendone l’esito ?

  5. davide ha detto:

    Cara Lina, già parlare di inteculturalità significa un superamento delle posizioni da te espresse. Tentare la strada interculturale, infatti, significa scommettere sul valore intrinseco della complessità sociale e dell’interazione tra diversità culturali, nel rispetto e nella valorizzazione delle peculiarità e della libera autodeterminazione di ciascuno e ciascuna. Valori umanistici e non solo costituzionali. Non significa certo scommettere sulle derive autoritarie, razziste e sessiste presenti – ahimè – all’interno delle diverse società. Anzi, queste vanno combattute sempre, comunque e ovunque. Nella nostra penisola e altrove. E uno dei modi per farlo è proprio tentare la via dell’integrazione e della solidarietà, del “lavorare assieme” per un mondo migliore, con tutte le difficoltà che questo comporta. Tutto qui. La scelta contraria è quella di “chiudere le frontiere”: espressione morbida che sottointende respingimenti in mare di migranti, morti, reclusioni, espulsioni, incarcerazioni, violazioni dei diritti umani.

    Una domanda, forse un po’ partigiana e di parte (me ne scuso in anticipo), all’autore: qual è lo “sviluppo economico” che comporta l’interculturalità? Insomma, dalla prospettiva del conflitto, qual è la “classe” sociale maggiormente avvantaggiata da questo sviluppo, se di classe ancora si può parlare per l’Italia degli anni dieci del duemila? Ringrazio in anticipo per l’eventuale risposta.

    • Dino Pinelli ha detto:

      Caro Davide. In merito alla tua domanda (sono d’accordissimo con il resto). Il termine di sviluppo economico qui si riferisce alla crescita del valore di quanto prodotto e quindi dei redditi (il cd PIL, o misure molto simili). Per quanto riguarda le città, le analisi empiriche mostrano che città piu’ diverse hanno PIL per abitante/lavoratore piu’ alto (e che la direzione di causalità va dalla diversità alla produttività). Questo è in media. Guardando alle categorie di skills (approssimati dai livelli educativi) Ottaviano e Peri (2011) trovano su dati americani un effetto positivo per tutti coloro che hanno almeno il diploma di scuola superiore (high school) e leggermente negativo per gli altri.

      Le referenze sono Ottaviano e Peri (2006), The economic value of cultural diversity: evidence from US cities, in Journal of Economic Geography, 6. Una versione è disponibile a questo link http://www.international.ucla.edu/cms/files/ottaviano_peri_nber.pdf) e Bellini, Prarolo, Ottaviano, Pinelli (2013), Cultural diversity and economic performance, in Sustainable Cities, Edward Elgar Publisher (lo trovi anche qui http://www.econstor.eu/bitstream/10419/48212/1/664195679.pdf); Ottaviano e Peri (2011), Rethinking the effect of immigration on wages, Journal of the European Economic Association (lo trovi anche qui http://www.econ.ucdavis.edu/faculty/gperi/Papers/OP_april_2010.pdf). I paper scaricabili sono versioni draft.

      Gli articoli precedenti cercano di stimare gli impatti della diversità sulla produttività locale. Effetti economici derivano anche dal semplice spostarsi dei migranti verso luoghi dove la produttività è già piu’ alta. Una stima dei possibili impatti positivi è in “Open borders”, by John Kennan, NBER Working Paper #18307, August 2012 che Anche questo lavoro mette in evidenza oltre un impatto fortemente positivo possibili effetti negativi sulle fasce di popolazione con piu’ bassi livelli di scolarità (ma solo nel breve periodo).

      Al di la di questi contributi specifici puoi guardare anche questa survey recentemente pubblicata dall’Economist (http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21566629-liberalising-migration-could-deliver-huge-boost-global-output-border-follies). Buona lettura!

  6. lina ha detto:

    caro Davide
    quello che mi scrivi funziona molto bene, ma solo sulla carta.
    La Storia, come l’esperienza personale ci insegna altre cose. Perchè trascurarla ?
    Ci sono gruppi cultuirali compatibili e altri no. Prendiamone atto. Non è razzismo ammetterlo. E’ un pò come dire che non tutte le malattie sono curabili. (Se così fosse non moriremmo mai)

    Quando mai hai visto che un gruppo islamico si sia integrato in una società preesistente ? Puoi forse dire che abbia funzionato in India nel rapporto con gli indu ? L’esempio jugoslavia dopo decenni di un governo “ateo” non ti ha dimostrato che l’interculturalità non funziona ? Per non citare il caso dei cristiani in Medio Oriente che fuggono da quei paesi….
    Potrei citarti molti altri esempi al mondo di scontro tra una loro comunità e gli autoctoni.
    Riconosco che ciò non vale per l’integrazione di buddisti, induisti etc nelle realtà occidentali. Ecco perchè non farei di ogni erba un fascio e non respingo in blocco il tuo discorso.
    Quel gruppo conserva e alimenta caratteristiche che gli impediscono di assimilarsi. Ammettiamolo.

    Prendi ad esempio il fatto che è impossibile per una ragazza musulmana sposare un infedele. Se lo facesse verrebbe radiata dalla famiglia, dai parenti dagli amici. Se cambasse religione rischia la pelle.
    Cosa significa tutto questo ?
    Significa che quel gruppo non ha nessuna intenzione di scambiare le sue femmine con quelle di un’altra comunità. Significa che quel gruppo ha scelto di vivere – come appunto accade per i pakistani in GB – in una condizione di apartheid.
    E’ fatale che prima o poi scoppino incidenti tra i gruppi.
    Ricordo che nel 1989 mi trovavo in GB, quando i musulmani bruciavano in strada il libro di S. Rusdhie, considerato blasfemo e volevano ucciderlo. (La fatwa diceva che chiunque poteva farlo. Sarebbe stato ricompensato)
    I giornali inglesi riportarono le proposte dei vertici di quella comunità, affinchè cessassero i disordini. Chiedevano che nei luoghi della GB, dove i musulmani avessero avuto la maggioranza , ad esempio la cittadina di Bedford, la sovranità fosse affidata a membri della loro comunità e tolta al Parlamento di Westminster.
    Questa è Storia e non studi teorici a tavolino.

    Credo che nel tuo ragionamento vi sia tutto lo spirito del missionario, convinto che prima o poi riuscirà a “convertire” quel gruppo.
    Disilluditi.

    Faresti bene ad approfondire i motivi “teologici” per cui è impossibile per loro accettare un’altra visione del mondo.
    Permettimi di suggerirti uno spunto di riflessione. Prova a confrontare come intendono loro il rapporto tra Uomo e Dio e come lo intende un’altra religione .
    Quella cristiana ad esempio ci offre un altro modello, il quale poi è alla base in larga parte anche quella di chi “non crede”.
    Ma qui mi fermo, se no scrivo un libro.

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