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2011_07_6_19_52_02In Italia vengono mediamente cementificati oltre 500 kmq di territorio all’anno. E’ come se ogni 4 mesi sorgesse una nuova città delle dimensioni di Milano. Quali le ragioni di questo impressionante consumo di suolo?

Sino al 2008, anno della crisi, le attività connesse all’edilizia sono state considerate il volano della nostra economia ed il bancomat con cui i Comuni hanno cercato di risanare i propri bilanci. Una bolla speculativa alimentata dalla crescita esponenziale del valore di mercato delle aree edificabili e che oggi si traduce – secondo i dati forniti dall’associazione delle agenzie immobiliari – in oltre 2 milioni di alloggi invenduti ed in decine di migliaia di capannoni industriali abbandonati. Si è costruito troppo, si è anche costruito male, con tipologie non rispondenti all’effettiva domanda e spesso con una discutibile qualità energetica.

Nuove lottizzazioni e nuove infrastrutture hanno invaso e distrutto i suoli più fertili. La carente capacità di governo del territorio da parte delle pubbliche amministrazioni e la conseguente dispersione insediativa hanno aggravato il costo dei servizi e dei trasporti ed hanno generato una frammentazione degli ecosistemi e del territorio rurale, rendendo problematica da un punto di vista funzionale ed economico la sopravvivenza di molte aziende agricole. Impressionanti i dati del Censimento 2010 dell’agricoltura. Nel Veneto negli ultimi 20 anni la superficie agricola totale è diminuita del 21,5%, ovvero di quasi 280.mila ettari (superficie superiore a quella della provincia di Vicenza!) Una distruzione di una risorsa fondamentale per la nostra economia, soprattutto in tempi di crisi, quando – come sostiene la Comunità Europea – ogni stato e regione si dovrebbero porre l’obiettivo della sovranità alimentare, valorizzando le attività agricole e favorendone l’evoluzione verso la multifunzionalità e la sostenibilità ambientale.

La cementificazione del territorio ha reso più fragili le nostre città e le nostre campagne nei confronti del dissesto idrogeologico, delle alluvioni e dei cambiamenti climatici. Cementificazione del territorio, ed in particolare del territorio rurale e collinare, significa distruzione del paesaggio, cioè di uno dei fattori essenziali per la stessa identità ed il benessere di ogni comunità.

Spesso in questi anni chi ci governa si è dichiarato a favore della salvaguardia di paesaggio e territorio. Purtroppo però alle dichiarazioni non sono seguiti provvedimenti concreti. I timidi disegni di legge che andavano in questa direzione si sono arenati. Oggi le problematiche del paesaggio e del consumo di suolo sembrano essere del tutto scomparse dal dibattito pre-elettorale.

La richiesta delle associazioni ambientaliste è che il nuovo governo decreti con urgenza una moratoria edilizia in attesa della approvazione di una organica riforma urbanistica che ponga per legge un limite al consumo di suolo. Per i Comuni deve inoltre essere reintrodotto il vincolo di destinazione degli oneri di urbanizzazione, escludendo che vengano utilizzati per il finanziamento della spesa corrente.

Fondamentale è d’altra parte che si incentivi la pianificazione a scala vasta (piani intercomunali, provinciali e regionali) ponendo al centro del piano le reti ecologiche, l’agricoltura e la biodiversità, la salvaguardia idraulica, la rete dei trasporti collettivi su ferro, il paesaggio e la tutela dei beni storici e culturali, del recupero e della rigenerazione dei aree urbane degradate.

A Padova chiediamo che venga accolta la richiesta delle associazioni ambientaliste e delle associazioni degli agricoltori per la costituzione di un Parco agro-paesaggistico metropolitano che, ridando valore economico e sociale alle attività agricole, differenziandone e qualificandone le produzioni, prestando attenzione ai valori ambientali esistenti, offrendo nuove opportunità lavorative, sia in grado di mettere in campo nuove forme di tutela attiva degli spazi aperti urbani e periurbani.

One Response to “Una nuova agricoltura e rigenerare le città: così salviamo il paesaggio”

  1. Lorenzo ha detto:

    Dobbiamo agire incisivamente sulle amministrazioni comunali, specialmente quelle dei piccoli centri, in modo che possano uscire dalla logica aberrante della concessione edilizia come bancomat. Del PRG come progetto per rastrellare fondi ed elargire favori.
    Mi piacerebbe che si potesse riavviare il motore dell’edilizia grazie alle riqualificazioni e alle DEMOLIZIONI di aree artigianali in crisi o dismesse. In alcuni casi potremmo convertirle a bacini di raccolta delle acque piovane, da utilizzare come risorsa idraulica nei preriodi siccitosi (e ne avremo un gran bisogno, ogni anno di più), senza sottrarre all’agricoltura altro suolo. Si tratta di aree già impermeabilizzate, che potrebbero anche assumere, chissà, un valore naturalistico. Anzichè espropriarle si potrebbe studiare una qualche forma di incentivo alla dismissione (esenzioni fiscali, il pagamento di un canone da parte degli enti che realizzano l’opera, non saprei), vincolata per lungo tempo. L’esproprio potrebbe scattare automaticamente dopo qualche decennio, sul valore residuo, detratti i canoni. Insomma, la cosa va studiata, coinvolgendo anche i consorzi di bonifica.

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