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13178735_1001986493172345_1595720047014617237_nA Padova e nella cintura urbana ci sono oltre 3.500 case nuove di zecca mai abitate, mentre il valore degli immobili è crollato del 35%: solo in città ci sono 8.000  alloggi vecchi e nuovi invenduti.

Dati che ricapitola Sergio Lironi di Legambiente, che aggiunge: il numero degli abitanti continua a diminuire, eppure l’Amministrazione comunale, anziché rivedere le fantasiose stime di incremento demografico su cui è stato dimensionato il PAT (il nuovo piano regolatore) ed anziché incentivare il recupero e la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, continua ad approvare nuovi piani di lottizzazione e nuove infrastrutture che cementificano spazi verdi ed zone agricole. Aree essenziali non solo per la qualità della vita degli abitanti, ma anche per far fronte agli effetti dei cambiamenti climatici in atto, al surriscaldamento estivo ed al rischio idraulico. Tra il vecchio piano regolatore e il nuovo PAT le ultime due amministrazioni hanno stabilito che a Padova si potrà edificare per  4,7 milioni di mc.

Promesse. Il programma del Sindaco Bitonci parlava di attuare un “nuovo piano di urbanistica partecipata e tutela dell’ambiente.” Sul piano della partecipazione la promessa è totalmente smentita dai fatti, dichiara Lucio Passi, portavoce di Legambiente Padova –  visto che i cittadini non vengono coinvolti nelle scelte e vengono respinte le loro osservazioni scritte; la commissione urbanistica che nel maggio scorso doveva esaminare la Variante Urbanistica su addirittura secretata.

Ma la promessa è doppiamente smentita: il programma prometteva esplicitamente “un nuovo Pat elaborato in base a dati demografici aggiornati, che riveda le attuali previsioni e che tenga conto delle necessità di salvaguardare le aree naturali e agricole, tuteli le aree della città continuamente soggette ad allagamenti”. Invece il Pat (il nuovo piano regolatore) non  è stato modificato e le prime edificazioni riguardano proprio aree a rischio allegamenti: area Iris e Torre ad esempio”.

Infine il programma di Giunta prometteva il “recupero di edifici già esistenti e dismessi, ma invece provano a venderli, come l’ex caserma Romagoli (per cui era invece previsto recupero e riconversione a nuovo centro ideale per il quartiere) e l’ex foro boario di Corso Australia.

Ma quello che più colpisce negativamente nella gestione dell’urbanistica della nostra città è l’assenza di una qualsiasi visione strategica, di un disegno urbano coerente.

Le città europee emergenti sono quelle che hanno saputo affrontare la crisi economica, sociale ed ambientale avviando coraggiosi programmi di rigenerazione urbana, incrementando il sistema del verde e promuovendo l’agricoltura urbana, rinaturalizzando i corsi d’acqua, potenziando i trasporti pubblici, creando nuove economie connesse all’ecologia e al territorio, valorizzando le reti delle relazioni sociali e dando vita ad una comunità inclusiva ma aperta all’innovazione e alla creatività.

Città in transizione verso nuovi orizzonti. Non sembra purtroppo la strada di Padova, dove ogni nuovo intervento pur di vitale importanza – si pensi, per esempio, al nuovo Polo ospedaliero – è percepito solo come operazione immobiliare, frutto di scelte localizzative sostanzialmente casuali, indifferenti al contesto ed incapaci di cogliere le necessarie connessioni con la vita dei cittadini e dell’organismo urbano. O si pensi infine alla concessioni per l’apertura di nuovi grandi centri commerciali.

Rigenerazione urbana e innovazione sociale. Sono queste le parole chiave della nuova programmazione europea 2014-2020 e della maggior parte dei fondi strutturali a cui Padova deve (dovrebbe?) attrezzarsi per accedere.

Ci spiega Elena Ostanel, Università Iuav di Venezia: “saper cogliere quali esperienze in città si ispirano a questi principi, sapendo tenere assieme riattivazione di spazi abbandonati e coesione sociale, significa poter costruire nuove progettualità, capaci di incidere realmente sulla qualità della vita e sulla possibilità di vivere gli spazi urbani senza averne paura. La soluzione non è la chiusura anticipata dei negozi in alcune aree della città, ma rendere i luoghi più periferici vivi anche nelle ore serali, gli spazi pubblici utilizzati, gli immobili sfitti rimessi in circolazione per creare anche nuova occupazione.

Nell’area Stazione e Arcella, ad esempio, negli ultimi anni sono nate diverse progettualità dal basso capaci di incidere sulla vita di spazi prima considerati pericolosi: pensiamo al progetto LAB+ su Piazza Gasparotto, finalista al bando nazionale Culturability3, o il progetto Contarcella con vari partner (tra cui la Libreria Limerick colpita dalla recente ordinanza di chiusura anticipata insieme a ttui i negozi etnici del Borgomagno, n.d.r.), che porta la lettura nei parchi del quartiere o il PACTA: cittadini che puntano a comprare un’area verde a Sacro Cuore per sottrarla alla speculazione edilizia.

L’amministrazione dovrebbe sostenere queste iniziative che incidono fortemente sulla percezione di sicurezza, sulla possibilità di incontro tra cittadini in spazi pubblici, sulla riattivazione di immobili lasciati al degrado fisico e sociale”.

a cura di Sandro Ginestri

vedi qui la pagina de Il Mattino

 

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