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chernobylEra una limpida notte d’aprile, l’Ucraina dormiva.

Gli addetti della centrale nucleare di Černobyl’, invece, erano svegli. Dovevano effettuare un test per stabilire l’autonomia energetica della centrale.

La dottrina ufficiale sosteneva la totale e assoluta sicurezza dell’industria nucleare. Nulla poteva accadere e invece tutto accadde in pochi secondi.

La temperatura salì vertiginosamente e deformò gli alloggiamenti delle barre di raffreddamento che erano state sollevate. La centrale divenne una pentola a pressione, e non ci volle molto perché il suo coperchio, una piastra di 2.700 tonnellate, esplodesse.

Quintali di cemento radioattivo e grafite incandescente si riversarono tutt’intorno, altri elementi radioattivi s’innalzarono verso il cielo formando una nube che in 10 giorni fece il giro del mondo rovesciando il suo carico tossico su molti Paesi.

La più colpita fu la Bielorussia, dove gli elementi radioattivi più pesanti si depositarono al suolo creando gravi conseguenze sulla salute della popolazione che ancora persistono.

[…] La versione ufficiale indica solo 27 vittime poi portate a 57 e relative ad operatori, militari, pompieri che arrivarono per primi e che senza alcuna protezione cercarono di spegnere quello che sono in apparenza era un normale incendio.

In realtà furono migliaia i contaminati: 50.000 solo nella città di Pryp’jat’ che dista 3 km dalla centrale e che fu totalmente evacuata due giorni dopo l’incidente; più di 15.000 a Černobyl’ – distante 15 km dalla centrale – e più di un milione a Kiev, la capitale, che ignara continuò la sua solita vita per giorni. […]

Nel rapporto pubblicato dalle autorità russe nell’agosto 1986, la responsabilità è stata interamente attribuita agli operatori dell’impianto, mentre in un secondo studio pubblicato nel 1991, si evidenzia il ruolo dei difetti di progettazione. […]

Ora sappiamo che per motivi militari gli operatori non erano a conoscenza delle caratteristiche tecniche del reattore, e che molti di essi non erano nemmeno qualificati per lavorare in una centrale nucleare.
Sappiamo che le responsabilità furono molteplici ma anche che nessuno ha subito un processo per disastro ambientale o omicidio colposo. Černobyl’ resta dunque un monito, un esempio e un motivo di riflessione.

A 30 anni esatti dal drammatico disastro nucleare, martedì 26 aprile 2016 alle 20.45 presso la Sala Falcone-Borsellino via Roma 44 di Limena – PD (vai alla mappa) la “Piccola Compagnia Teatro In-Stabile” di Limena presenta Non c’è ritorno – Per non dimenticare Chernobyl, uno spettacolo teatrale promosso dai circoli Legambiente della provincia di Padova e patrocinato dal Comune di Limena.

Uno spettacolo per tornare in quel tempo e in quel luogo, per raccontare quanto è accaduto, attraverso la storia di tre fratelli implicati in vario modo nell’incidente.
Tre voci interagiranno per rappresentare tre punti di vista, tre sensibilità diverse, tre ruoli nel sistema della gestione del nucleare nella Russia del 1986.

Durante la serata verranno raccolti fondi per sostenere il Progetto Rugiada, una forma di adozione a distanza promossa da Legambiente:  74 bambini che vivono in zone ancora a rischio potranno trascorrere un periodo di 24 giorni di decontaminazione, socializzazione e controlli sanitari nel Centro della città di Vilejka, in un territorio non contaminato.

Un progetto sostenuto dal 2014 anche dalla Chiesa Valdese e che mira a rapporti continuativi anche con le autorità locali, le scuole, le strutture sanitarie della zona. Il Progetto Rugiada è il proseguimento del “Progetto Černobyl’ di Legambiente che in 13 anni di attività ha permesso di accogliere in Italia oltre 25.000 bambini, un centinaio di questi anche a Limena e comuni limitrofi.

Legambiente Limena onlus

sintesi a cura di Annalisa Scarpa – Redazione di Ecopolis

(l’articolo originale è leggibile qui)

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