Incontri di pratiche educative: come è andata?

aperture laboratorioSi è appena conclusa la prima edizione di “Aperture. Pratiche educative fuori luogo”, cinque giorni ricchi di iniziative dentro l’educazione attiva: laboratori, laboratori didattici, proiezioni di film, dibattiti pubblici, una mostra di silent book, … (qui il programma).

Organizzata da persone che lavorano nell’ambito della scuola e della cultura (insegnati, ricercatori, una libreria, registi di documentari, …).

Cosa ha spinto persone così diverse a lavorare insieme? cosa è successo? come ha risposto la città? Per saperne di più abbiamo chiacchierato con due dei promotori: Francesca Contarello, insegnante, e Diego Di Masi, ricercatore di scienze pedagogiche presso l’università di Padova.

Di seguito leggete una sintesi, molto parziale del tanto che ci si è detti in 45 minuti. Ma qui potete scaricare l’intero dialogo.

ecopolis: partiamo dal titolo, di per sé un manifesto: perché “aperture”? Perché “fuori luogo”?

Francesca: Fuori luogo perché abbiamo lavorato sull’idea non solo di uscire dalle scuole, ma di uscire dal proprio luogo e professione, dalla propria angolatura specifica per trovare possibili incontri sul tema dell’educazione. Portare l’educazione fuori dai luoghi a cui è associata abitualmente (la scuola, l’università, le cooperative educative). Ci piaceva l’idea di una città diffusa che educa, la possibilità di andare in luoghi inediti della città, dove poteva succedere qualcosa di non previsto (…).

Diego: un’altra parole chiave del titolo è pratiche. Pratiche innanzitutto perché sono nei contesti e li interrogano. Anche quei contesti, come Cà Sana, Banca Etica, piazza Gasparotto, in cui c’è poco di educativo in senso tradizionale, ma sono luoghi di apprendimenti, perché sono sul bordo, sul limite, dove avviene lo scambio di culture che è quello che ci piaceva innescare. Pratiche perché siamo carichi di teorie su come dovrebbe andare il mondo, però è sempre più urgente mettere al centro le pratiche che possono diventare opportunità di riflessione, opportunità di costruire legami, opportunità di trasformazioni (…). In questo titolo è la parola più politica: la si usa molto spesso, volevamo restituirle la densità del suo significato, connesso al senso stesso di educazione e alle situazioni concrete in cui si svolge …

ecopolis: avete incontrato difficoltà a organizzare Aperture, a rintracciare persone disposte a mettersi in gioco, portando le pratiche fuori dal loro luogo abituale?

Francesca: non la chiamerei difficoltà, ma opportunità. C’erano continuamente positive sorprese vicendevoli che hanno fatto sì che questa pratica nascesse con un ritmo che da individuale diventava di gruppo, e dal gruppo tornava all’individuo. Non abbiamo convocato il tavolo delle associazioni che si occupano di educazione. Si sono incontrate persone che avevano esperienze comuni e che le hanno condivise assieme a quelle di qualcun altro. C’è stato un rispecchiamento, senza che vi fosse nulla di predefinito.

Diego: molte esperienze (il lavoro di “Fuoriclasse”, alcune iniziative editoriali, i laboratori scolastici, una rete educativa nazionale che ha un cuore a Padova …) rimangono sotterranee, pur costituendo pratiche educative di cui se ne stando occupando in molti (ricercatori, insegnanti, artisti, persone motivate …), allora mettiamole insieme e facciamo emergere queste dimensioni educative che la città già esprime.

ecopolis: c’era anche una finalità politica nel mettere insieme questi incroci di pratiche?

(Diego e Francesca insieme, completandosi a vicenda): la scuola è piena di esperienze fortemente politiche perché mettono in discussione un modello di scuola, un modello di trasmissione di saperi, di gerarchia e di potere; allora il politico sta nel dire che di educazione ce ne occupiamo tutti e non solo la scuola che ha il mandato sociale di farlo; diventa più interessante quando la scuola si apre all’esterno e si contamina. Di fondo c’è una grande inquietudine: nei dibattiti numerosi genitori si interrogavano sulla relazione con il proprio figlio, con il mondo della scuola, nella necessità di incontrarsi anche su problemi concreti, sulla difficoltà di leggere il mondo. E c’è una richiesta di costruzione di senso, cosa che fai per forza in comunità.

ecopolis: ad eccezione dei libri, che sono dei prodotti finiti, avete utilizzato pratiche partecipative; ad es. Stefano Collizzolli ha ripetuto più volte “il nostro è un modo di fare cinema assieme a…”

Diego: attenzione che anche i libri lo sono. I silent book (in mostra per una settimana a cura di Pel di Carota, libreria per ragazzi, in collaborazione con L’infinito viaggiare ed attorno ai quali c’è stato un laboratorio, n.d.r.) sono libri senza parole, quindi sono raccontati di volta in volta dai ragazzi, hanno linee narrative infinite perché non viene fornita una trama già definita.

Francesca: ho visto fare Fuori Classe: i bambini hanno usato le telecamere, il microfono, hanno fatto il regista, il tecnico del suono, appropriandosi degli strumenti professionali con cui Stefano e Matteo lavorano, costosi e delicati ma non da non poter essere dati in mano ai bambini. Questa è una differenza abissale. E’ democratico e partecipato? Sicuramente la pratica non può essere fatta per finta.

ecopolis: siete riusciti ad uscire dall’ambito delle scuola e a coinvolgere la “città”?

Diego: rispetto a iniziative precedenti, questa volta non riconoscevo molti volti delle persone che sono venute. Un indicatore interessante. Padova funziona molto per compartimenti stagni. Le comunità si autoformano, si autoconvocano. Forse siamo riusciti ad intercettare un bisogno di confronto.

Francesca: aver scelto tanti luoghi differenti (che fatica!) ci ha permesso di incontrare coloro che vengono a CO+, ma non frequentano Banca Etica, CaSana o l’Arcobaleno e viceversa. E’ importante che ci sia stato un dialogo reale, senza catene interpretative già date. Una bocca d’aria: anziché analisi prevedibili, ho percepito la necessità di ascoltare punti di vista e creare una conoscenza del gruppo condivisa.

Del resto la scuola non deve aver paura di mostrare sé stessa, deve togliersi dall’arroccamento in cui si trova. Volevamo mostrare che cosa la scuola fa ….

Diego: Non tanto perché siano emessi giudizi, ma volevamo “far uscire” le pratiche educative, perché diventino un dibattito pubblico, offrano opportunità di riflessione su come ti relazioni con l’infanzia, come guardi l’infanzia, come l’infanzia ti guarda (…). Spesso l’insegnante è solo nel dare senso alle sue pratiche, alle sue relazioni: al massimo ne parla con un collega. È stato bello che vi sia stata la possibilità di riflettere su ciò interpella me come insegnante, come genitore, come artista, come cittadino …

ecopolis: nei prossimi mesi dove vi si può trovare? e ci sarà un’altra edizione di Aperture nel 2017?

Diego: il primo appuntamento è il 26 aprile, quando al cinema Rex ci sarà l’anteprima di “Fuoriclasse”. Poi ci piacerebbe fare un’altra edizione, ma bisogna capire come. Questa è stata forte perché aveva una densità di proposta …

Francesca: l’obiettivo non è fare la mappatura completa di tutte le pratiche educative esistenti in città. La faremo se si innescherà una scintilla, un motivo reale che interessa, che ci unisce, che spinge a fare qualcosa insieme. Se ci saranno pratiche educative da raccontare, grazie alle quali ci siamo incontrati ed abbiamo lavorato insieme.

Sintesi a cura di Silvia Rampazzo di ecopolis

dialogo con Francesca Contarello e Diego Di Masi raccolto da Andrea Nicolello e Silvia Rampazzo

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