Feed on
Posts
Comments

“L’idea di risveglio africano e la necessità di rilanciare un’immagine non stereotipata dell’Africa” sono il cuore di Arising Africans.

Abbiamo incontrato Ada, Anabell ed Emmanuel, che ci hanno raccontato la loro afroitalianità e il loro progetto. (La versione estesa dell’intervista si trova qui).

ecopolis: Perché Arising Africans?
ADA: ci siamo conosciuti tutti qui a Padova, all’Università. Parlando tra noi, studenti di origine africana, abbiamo capito che non ci andava di subire passivamente ciò che succedeva in Italia.
EMMANUEL: non bisogna focalizzarsi sul problema, ma sulla soluzione. Ovunque nei media l’immagine dell’africano è sempre quella stereotipata, mai quelle autentiche o quelle possibili. Forse tante ingiustizie – abbiamo pensato – nascono proprio dalla mancanza di strumenti, più che di volontà.

ecopolis: afroitaliano, afroitalianità… Una parola che tiene assieme un paese e un continente… Perché afroitaliano e non, ad esempio, euroghanese?

ADA: mentre il concetto di “europeità” è forse più difficile da circoscrivere culturalmente, quello di “africanità” è immediatamente riconosciuta da tutti noi. All’interno di Arising Africans siamo otto persone, da otto paesi diversi, eppure non sentiamo distanze o differenze. Usare la parola afroitaliano significa legare assieme la nostra doppia appartenenza, esaltare entrambe le culture, senza far torto all’una o all’altra.
ANABELL: al contrario, la negazione – anche istituzionale – di entrambe è un blocco allo sviluppo della nostra libera identità.
EMMANUEL: a me non piace l’altra definizione, quella di “seconda generazione”. E allora la terza, la quarta, la quinta? Quand’è che si finisce di essere “immigrati”? È un’etichetta che non funziona bene. Sono definizioni che spariscono nel giro di breve tempo. Tanto vale non usarle.

ecopolis: il nostro corpo non è una questione di scelta: l’afroitalianità non si può dissimulare. In questa società può essere un vantaggio o una condanna?

ANABELL: sotto certi aspetti è una condanna, penso agli aspetti burocratici, ma il punto è come la si vive. Mi capita che le persone, a guardarmi, siano sospettose perché sono nera e quindi straniera… e poi, parlandoci assieme, finisco con il corregger loro i congiuntivi. Gli italiani non sono solo i bianchi, possono anche esserci i neri italiani, e questo non dovrebbe stupire.
ADA: io la vivo come una sfida personale: sai di partire con una difficoltà in più, sta a te non dare alle persone l’occasione di confermare i propri stereotipi. Ci sono persone che usano il proprio colore della pelle come giustificazione, ogni sconfitta personale è sempre colpa della società che è razzista. E’ un atteggiamento che non va bene.
EMMANUEL: nella vita ciascuno ha la sua piccola o grande discriminazione perché esistono le diversità. Se dentro di te vuoi renderla una condanna, bene, ma io personalmente vedo la diversità come una ricchezza.

ecopolis: c’è chi definisce la cultura come una cassetta degli attrezzi. A qualcuno capita di averne più di una… Quante volte avete fatto ricorso a questa ricchezza di strumenti?

EMMANUEL: sono nato in Germania da una famiglia congolese. La mia parte congolese mi aiuta a non andare in esaurimento con lo stress europeo, e la mia parte europea mi aiuta a organizzarmi meglio nel mio lavoro, a essere più “imprenditoriale”. Mi sento fortunato.
ADA: è un’esperienza che faccio quasi quotidianamente! Penso al mio senso dell’umorismo, che è assolutamente africano. In famiglia poi, i rapporti tra figli e genitori sono molto africani: ci sono molte gerarchie; gli anziani sono la più grande ricchezza della famiglia.
EMMANUEL: ci sono culture basate sull’individualismo e altre basate sul collettivismo (il concetto dell’ubuntu, del vivere assieme). La società africana, ancora oggi, è molto basata sull’“insieme”, anche se ormai questa cultura è in pericolo anche tra gli africani, e mi sembra che l’Italia conosca ancora un senso di comunità familiare che, ad esempio, in Germania è quasi del tutto sparito.

ecopolis: come li immaginate gli afroitaliani fra cinquant’anni?

ANABELL: credo che la situazione non sarà tanto diversa da oggi. Forse gli afroitaliani avranno più autocoscienza di quello che sono. Se ne saranno fieri e soddisfatti, senza sottomettersi, sarà già una conquista enorme.
ADA: io ho una visione diversa: penso che, se noi avremo fatto un buon lavoro, non ci sarà più bisogno di quest’affermazione identitaria di cui oggi invece sentiamo l’esigenza. Spero che racconteremo queste storie di mancata integrazione ai nostri nipoti annoiati come la solita solfa in cui “ai nostri tempi” dovevamo lottare per i nostri diritti e per la parità.
EMMANUEL: io sono certo che le cose non cambieranno, purtroppo. Sono già passati cinquant’anni da quando i primi afroitaliani si immaginavano un’Italia diversa e invece non è successo. In Italia ci si danno tante scuse per rimanere fermi nel processo di integrazione.
Si dovrebbero incentivare immagini e rappresentazioni di africani che abbiano un ruolo nella nostra società, come già sta avvenendo. Come può un bambino afroitaliano proiettarsi nel futuro se non ha modelli di riferimento?
E poi, dal basso, ci dovrebbero essere sempre più gruppi come il nostro.

ecopolis: ci date qualche consiglio di lettura, film da vedere, musica da ascoltare? Comincio io: Timira di Wu Ming 2 e A. Moamed (Einaudi, 2012); il documentario Asmarina (A. Maglio e M. Paolos, 2015); parlando di musica, i Napoli Centrale; il Festival del Cinema africano di Verona

ADA: il festival Ottobre africano di Torino, il portale Creativafrica, l’African Summer school, e di fermarsi a sfogliare i libri dei ragazzi che fanno i promoter per alcune case editrici [come Giovane Africa edizioni, N.d.C.]. Infine ti consiglio il documentario “Mama Africa – Miriam Makeba”: ogni volta che lo guardo, imparo qualcosa di nuovo.

intervista a cura di Davide De Martini – redazione di ecopolis

2 Responses to “Arising Africans: la parola agli afroitaliani”

  1. Brunella Passi scrive:

    A chi devo rivolgermi per commentare questa iniziativa? Assolutamente lodevole l’iniziativa, bellissimo il nome.
    Non avevo ancora 20 anni (a metà degli anni ’70) quando sognavo che arrivassero anche nella mia Università studenti di colore, come se il mio sangue auspicasse al più presto un’integrazione a venire… Ma lasciatemelo dire: io che ora vivo in uno dei quartieri più multietnici di Padova, com’è possibile costruire una vera integrazione quando intorno a me vedo soltanto gruppuscoli chiusissimi di stranieri incapaci di rispettare i nostri usi e costumi?
    Io che certo, come mi auguro, non sono schiava di “stereotipie” e “pregiudizi”, sono estremamente intristita e delusa assistendo all’oggettivo “degrado” che scorgo intorno al mio palazzo: nigeriane che sbraitano e scappano davanti ai loro protettori tutte le notti, magrebini che si accoltellano per una dose rubata, cinesine minorenni i cui clienti mi intasano l’ascensore fino all’alba, rumeni e albanesi che insidiano le ragazze mentre tornano da scuola, e tutti loro che lasciano rifiuti e deiezioni umane ad ogni angolo di strada… Sembra la lista becera dei “luoghi comuni”, ma purtroppo è la mia realtà quotidiana.
    Sto cercando da tempo (senza trovarli) mediatori culturali delle varie etnie non per lamentarmi, ma per cercare un compromesso, un punto d’incontro con chi mi circonda, e in particolare con certi miei stessi condòmini che si rifiutano di parlare la nostra lingua (“No capìle no capìle” tagliano corto).
    E dunque chiedo ai ragazzi afroitaliani di ascoltarmi, di darmi un consiglio, di aiutarmi a far rivivere la prima Arcella come dovrebbe essere.

    Brunella P.

  2. Brunella Passi scrive:

    PS: Ho dimenticato, nel mio primo commento, una cosa importante. Quando Emmanuel dice “Sono certo che le cose non cambieranno, purtroppo. Sono già passati cinquant’anni da quando i primi afroitaliani si immaginavano un’Italia diversa e invece non è successo. In Italia ci si danno tante scuse per rimanere fermi nel processo di integrazione”….. mamma mia, ragazzi, ma…. voi parlate di “scuse”, ma vi siete mai spinti nelle periferie a vedere come si comportano non solo i migranti africani, ma tutti gli immigrati, clandestini e non solo? (ecco perchè mi sono spinta oltre, parlando di diverse etnie che negli ultimi anni sto incontrando e conoscendo personalmente… Sebbene NON come avrei voluto…….)
    E se probabilmente la “colpa” rimane di troppi italiani, la responsabilità però grava, purtroppo, anche su moltissimi stranieri per i quali “l’integrazione” è l’ultimo dei loro “problemi”. Siete d’accordo con me che dovrebbero essere quest’ultimi i primi ad educare le cosidette “seconde generazioni” al rispetto e all’integrazione verso il Paese dove hanno scelto di andare a vivere?

Leave a Reply