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Berta Caceres 2015 Goldman Environmental Award RecipientIn occasione dell’8 marzo, Giornata Internazionale delle Donne, volevamo dedicare questa rubrica a chi, nel nostro territorio, gestisce un’attività di supporto al femminile ormai venticinquennale.

Nel 2015, sono state 775 le donne che si sono rivolte ai 4 Centri Antiviolenza della Provincia di Padova gestiti da Centro Veneto Progetti Donna, donne che per 79% erano di nazionalità italiana, il 60% con figli di cui 516 minori vittime di violenza assistita. L’82% di queste aveva problematiche di violenza familiare, e nell’80% dei casi l’autore era il partner o l’ex partner e solo nel 2% dei casi l’autore della violenza era sconosciuto. Nelle case di accoglienza sono state accolte 24 donne con 24 figli minori.
Abbiamo pensato che queste fossero donne da ricordare.

Ma in occasione di questo 8 marzo il pensiero vola lontano, verso una donna che non conoscevamo, uccisa nel suo letto di casa in Honduras perché dava voce al suo popolo e alla sua Terra: alle ragioni dell’ambiente che vengono prima di quelle dell’economia.

“In un paese con crescenti disuguaglianze socio-economiche e violazioni dei diritti umani, Berta Cáceres ha radunato i popoli indigeni Lenca dell’Honduras e condotto un movimento dal basso che con successo ha fatto pressione sul più grande costruttore di dighe al mondo perché rinunciasse ai progetti su Agua Zarca”. Il riconoscimento di questo successo arriva dal Goldman Environmental Prize, assegnato nell’ultima edizione del 2015, per l’America Centrale e quella del Sud, proprio a Berta Cáceres.

Berta Cáceres, una donna Lenca, è cresciuta durante la violenza che travolse l’America centrale nel 1980. Sua madre è stata un’attivista sociale, che accolse e curò rifugiati provenienti da El Salvador. Diventata a sua volta attivista a partire dal periodo degli studi, ha contribuito a fondare, nel 1993, il Consiglio Nazionale delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell’Honduras (COPINH).

Nel 2006, i membri delle comunità del Rio Blanco si sono rivolti a COPINH per ottenere aiuto. Un’invasione di macchine minacciava il loro territorio e non avevano idea di chi ci fosse dietro il progetto, ma sapevano che un’aggressione al fiume – un luogo di importanza spirituale per i Lenca – era un atto contro la stessa comunità, il suo libero arbitrio e la sua autonomia.

La campagna contro l’impianto di Agua Zarca è stata sostenuta da tutte le comunità locali fino ad essere nota anche a livello internazionale, ma senza che l’opera venisse fermata. Dopo una lunga occupazione e la morte dell’attivista Tomas Garcia, il progetto è stato fermato. Ma non si sono fermate le minacce di morte a Berta Cáceres. (note biografiche tradotte liberamente da http://www.goldmanprize.org/recipient/berta-caceres/).

Non sappiamo chi abbia ucciso questa donna ma al tempo stesso non potremmo esserne più sicuri. Con le parole di Fabio Marcelli: “vi è infatti una regia precisa, individuata lucidamente dalla stessa Berta la quale qualche tempo fa affermò che durante tutta la sua vita era stata consapevole di ciò che le poteva accadere partecipando alla lotta”.

Potremmo definirla una martire dell’ambiente, ma “se avesse dovuto scegliere un termine, probabilmente si sarebbe definita una luchadora, una lottatrice. La lotta che ha combattuto per oltre vent’anni non era solo in difesa dell’ambiente: era prima di tutto una lotta politica, esistenziale. Era una lotta per la vita o la morte”. Così la descrive Gabriele Crescente di Internazionale.

Anche il ritratto che ne fa Left in una recente intervista, mette in luce una risoluta fermezza e una grande consapevolezza della situazione politica, sociale ed economica del suo Paese, inserito in dinamiche internazionali decisamente poco attente agli indigeni e alla Terra stessa, pur di sfruttare un territorio. Un gioco di ruoli come questo suona banale, nel 2016, ma a quanto pare tutt’altro che superato.

Ci sono Paesi in cui le lotte ambientali, talvolta, finiscono ancora nel sangue. Ce lo chiediamo anche noi, come una campagna di Global Witness: How many more, quanti ancora?

Annalisa Scarpa, redazione di ecopolis

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