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assalto al brentaVenerdì 20 novembre a Camazzole di Carmignano di Brenta, si è tenuta una riunione di aggiornamento sui progetti di nuove perforazioni di pozzi e di incremento del prelievo idrico dal Bacino Giaretta e sulla serie di interventi “a compensazione” programmati dalla Regione Veneto lungo l’asta del Mediobrenta, che sembrano, in realtà, configurarsi come una massiccia campagna di escavazioni in alveo sponsorizzata dalla Giunta Regionale.

Si tratta di nuovi pozzi di Veneto Acque spa con una capacità a regime di prelievo di acqua dalla falda di 1.750 lit/sec, pari a 6.300.000 litri/h, acque da immettere in rete idrica nel territorio o da vendere nel chioggiotto e rovigotto.

A difesa dei nuovi pozzi in alveo è previsto il prelievo di 100.000 mc di ghiaia, più l’autorizzazione scavare 556.285 mc nel tratto tra S. Croce e Casoni, con la quale si ri-pagherà l’impresa che effettuerà i lavori di ripristino di 600 metri di argine. La conseguenza di tali escavazioni è – come riportato dal progetto – di un abbassamento del letto del fiume in quel tratto fra 1 e 4 metri (scarica qui il video che mostra dall’alto il tratto di Brenta interessato).

Tali interventi sono previsti da Regione Veneto in altri 7 tratti del Brenta: uno a Fontaniva, 2 a Grantorto, 1 a Piazzola, 2 a Curtarolo e 1 tra Vigonovo e Piove di Sacco.

La sostanza dei progetti è stata ricordata da Paolo Rigon, presidente del Gruppo Ambiente di Carmignano e dal sottoscritto Giuliano Basso, portavoce del gruppo Giù le mani dal Brenta di Santa Croce Bigolina, con l’ausilio di immagini e documenti (scarica qui il video sui pericoli dell’intervento).

Successivamente abbiamo illustrato gli esiti delle azioni finora intraprese che, a fronte di una segnalazione/esposto a quasi venti tra Comuni ed Enti sovracomunali, ha visto, a distanza di tre mesi, il riscontro da parte di due soli Comuni: Bassano del Grappa e Carmignano di Brenta.

Un disinteresse, da parte delle istituzioni, che può essere interpretato in modi diversi, ma che lascia trasparire la completa ignavia dei nostri Amministratori sulle questioni legate all’ambiente e solleva legittimi sospetti su connivenze, sponsorizzazioni politiche ed economiche e/o condizionamenti, tali da condizionare pesantemente l’amministrazione del territorio.

Sono poi intervenuti esperti in ambito biologico ed ambientale, e rappresentanti di Associazioni legate al mondo della Pesca Sportiva che hanno posto in evidenza il grave rischio di danni ambientali e biologici irreversibili conseguenti alle attività di estrazione previste e segnalato tutta una serie di vincoli di tutela predisposti a livello Comunitario (ma ignorati completamente dagli estensori dei progetti e dalla Giunta Regionale) sull’area fluviale, sulla base dei quali sono già state inviate segnalazioni e richieste di verifica a Ministero dell’Ambiente e Corte Europea.

Oltre a ciò sono stati avviati contatti con associazioni ambientaliste (Legambiente e WWF) e con associazioni del mondo agricolo, preoccupati dagli effetti dell’aumentato prelievo idrico in falda.

Dagli interventi del pubblico sono emerse anche forti perplessità in merito al rapporto costi/benefici dei vari progetti via via predisposti per attuare la ricarica artificiale delle falde, condizione sine qua non per l’avvio dell’incremento del prelievo dal Bacino Giaretta: in realtà tutte le iniziative sinora attuate si sono rivelate molto costose ed assolutamente inefficaci.

Basti pensare che le tanto sbandierate “briglie”, di cui sono stati realizzati due costosissimi prototipi a Cartigliano, hanno mostrato la loro influenza in un’area limitata ad meno di un chilometro di raggio, mentre l’avvio dei prelievi dal Bacino Giaretta, secondo quanto affermato mesi fa dalla Dott.ssa Cristofani direttrice della Direzione Consiglio Bacino Brenta, produrrà nella falda, un cono di depressione di almeno SEI chilometri di raggio. […]

Infine Paolo Rigon ha ricordato il progetto di acquisto, da parte della Regione Veneto, dell’intera area del Bacino Giaretta, comprendente anche l’enorme invaso della cava, facendo notare l’incongruità dell’operazione che vedrebbe la Regione (Ente responsabile per legge di un bene comune come l’acqua) pagare un importo elevatissimo ai proprietari (che nei decenni precedenti hanno scavato e riscavato l’area traendone sostanziosi profitti spesso agendo ai margini della legge) per entrare in possesso di un bene come l’acqua, sancito pubblico dal referendum.

Che i problemi delle escavazioni non siano recenti, lo testimonia una puntata del 2001 di Report (scarica qui il testo).

A fronte delle nostre attività di denuncia, i nostri Comitati sono stati ammessi ad illustrare le criticità rilevate sui progetti in audizione presso la Seconda Commissione della Regione Veneto. L’incontro si svolgerà a Palazzo Ferro Fini giovedì 26 novembre. Sarà nostra cura dare notizia tempestiva di eventuali aggiornamenti o novità.

Giuliano Basso, gruppo Giù le mani dal Brenta

3 Responses to “Giù le mani dal Brenta: ancora escavazioni”

  1. Pietro Casetta ha detto:

    Ho letto con interesse e preoccupazione.
    Non posso tuttavia esimermi dal nutrire qualche dubbio riguardo l’opportunità di proteste relative alle escavazioni.
    Mi risulta infatti che gran parte delle cause delle alluvioni dal 2010 in poi siano legate all’innalzamento dei fondali di Brenta e Bacchiglione divenuti, per lunghi tratti, corsi d’acqua pensili. Tale innalzamento è causato dal naturale processo di accumulo di sedimi alluvionali che avviene in qualsiasi corso d’acqua di pianura.
    Di conseguenza non sarebbe impedendo le escavazioni che si risolverebbe il problema delle alluvioni, ma consentendole e controllandole in modo adeguato.
    Resto invece perplesso riguardo le modalità di “compensazione”, in quanto il valore del materiale prelevato è sicuramente sufficiente a compensare qualunque spesa, costituendo esso e nient’altro il guadagno di chi scava abusivamente.
    Per motivi estranei al pericolo alluvionale condivido invece, senza riserve, le preoccupazioni relative agli incrementi di prelievi idrici.
    Vorrei conoscere il vostro pensiero in merito.
    Grazie e in bocca al lupo.

  2. marco sangati ha detto:

    La mia non è una risposta da parte di chi ha scritto l’articolo, ma una osservazione di chi si occupa di rischio idrogeologico. Il Brenta non è un corso d’acqua pensile. Corsi d’acqua pensili nella nostra regione ce ne sono tra il vicentino e il veronese (Chiampo, Alpone, e vari “Proni”).
    Per quanto riguarda il Brenta abbassare il letto in un tratto vuol dire diminuire la pendenza a valle e quindi, a parità di portata, avere tiranti maggiori (inteso sempre a valle delle escavazioni) e quindi un maggior rischio idrogeologico. Nel tratto in questione le pendenze dell’alveo sono abbastanza elevate quindi un abbassamento dell’alveo, seppur fa aumentare il rischio idraulico per zone di valle, non dovrebbe cambiare di molto la situazione, ma la cosa andrebbe approfondita con planimetrie alla mano.
    Sui prelievi di acqua di falda da pozzi bisognerebbe capire bene l’utilizzo. Perché se fossero ad uso potabile (Veneto Acque si dovrebbe occupare di questo) si può anche capire, ma se invece l’utilizzo, anche in parte, fosse per uso agricolo o industriale o produzione idroelettrica (a volte capita) la cosa non avrebbe giustificazione. In ogni caso per quanto riguarda il potabile prima di dare nuove concessioni bisognerebbe verificare se non si possa procedere in modo diverso.

  3. Pietro Casetta ha detto:

    A questo link la pubblicazione del prof. Surian e altri “Linee guida per l’analisi geomorfologica degli alvei fluviali e delle loro tendenze evolutive”: http://people.dicea.unifi.it/massimo.rinaldi/Schede%20Linee%20IQM/Linee%20Guida%20Surian%20et%20al.pdf
    A p. 69 la fig. 14 rende conto dell’innalzamento del fondo del Brenta in una sezione, avvenuto fra il 1970 ca. e il 2000 ca., rimandando per approfondimenti ad una pubblicazione dedicata all’argomento.
    Sono dunque d’accordo con Lei: “la cosa andrebbe approfondita”. Un generico no non può convincere.

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